Irene Magni
Bathroom Blues
genere
storie di solitudine
2
racconti da 4+5 fermate
Prefazione
di Alessandra Casella
Il racconto di Irene Magni una piccola storia di quotidiana alienazione: non cĠ nulla di eclatante in un mite cinquantenne imbottigliato nel traffico che torna a casa la sera. Nulla se non il piccolo, minimale imprevisto di una casa vuota. Senza lĠarredo familiare, lĠuomo perde una coordinata, forse lĠunica della sua vita. E lascia libero il pensiero. In un racconto senza cattivi proprio la forza vitale del pensiero il pericolo dietro al quale si nasconde il baratro dĠangoscia e fallimento che il protagonista seppellisce nel profondo. Perch se pensa alla sua vita, che ha diluito nel grigiore tutti i suoi slanci e le sue speranze, la caduta inevitabile e irrimediabile. Il piccolo uomo, che sopporta un traffico non voluto da lui, una moglie e una figlia che decidono per lui, un set di asciugamani imposto, una casa in cui ospite pagante, un rapporto madre-figlia che lo taglia fuori, non pu ricordarsi di chi era alla luce di ci che diventato. Altrimenti si ritrova in un film di tenero orrore: quello della vita quotidiana senza cambiamento, senza sogni, senza speranze, senza uscita. Irene Magni ci racconta tutto questo in un breve flusso di coscienza che solo lĠarrivo delle donne di casa ferma sullĠorlo dellĠabisso, e lo fa con una scrittura penetrante, in cui il non-detto grida pi forte di quanto venga detto. Con abilit scansa i pericoli nascosti dandocene al contempo una perfetta percezione, con un ricamo sentimentale tessuto in negazione. E fa anche qualcosa in pi. Ci fa amare questo piccolo uomo alienato, questo tenero fallito in mutande, questo antieroe senza picchi e senza pi vita. Perch il piccolo uomo siamo noi, e alla fine ci viene quasi da piangere, non si sa se di sollievo o di immedesimazione. In poche righe dipinge un mondo, e lo fa diventare il nostro. Come dovrebbe accadere in ogni racconto degno di questo nome.
Bathroom Blues
ti senti come sul Titanic mentre affonda, prigioniero in tangenziale nellĠapnea delle diciottoetrenta, mentre alla radio aspetti una vecchia canzone che ti salvi e fisso sul volante tipo statua greca conti i secondi che ti mancano allĠimpatto
prima seconda freno ancora prima, ancora seconda ancora freno e niente impatto, solo sempre pi concreta lĠipotesi che di mettere quella benedetta terza non se ne parla per almeno altri quindici minuti buoni o chi lo sa, potrebbe trattarsi anche di giorni, ed cos che entri in quella fase che tua figlia Giulia chiama di stendbai e che ti piglia sempre in questi momenti, che ridere pap dovresti vederti, ovvero attivit celebrale ridotta al minimo vitale labbra socchiuse e pupille autistiche sintonizzate sullĠandamento dei tergicristalli in muto e soave ondeggiare, evasore provvisorio dal rituale del rientro rimarresti cos per ore, senza nullĠaltro chiedere altro a questo mondo infame se non fosse che il clacson della Twingo appollaiata alle tue spalle ti afferra dritto alle caviglie e ti riporta al tuo sedile, questione di un attimo
sei di nuovo nel mondo reale, bentornato tra noi, davanti a te la strada vuota per cinque metri almeno e realizzi in un istante che finalmente giunto il tuo momento, rapido come una pallina da golf alzi la leva e tĠinfili nello svincolo freccia a destra lanciato verso la strada di casa, home sweet home giusto perch un altro posto dove sbattere le chiappe non ce lĠhai, varchi la soglia, eroe del ceto medio sopravvissuto allĠora di punta deponi chiavi mocassini e cravatta, mercoled sera, e il mercoled sera tu sei il primo che rientra essendo che moglie&figlia si sono iscritte a un corso di danza moderna dopo che la piccola ha deciso che quella era la vocazione della sua vita e sostenuta dallĠappoggio di un saldissimo rapporto madre/figlia sĠimpegna a muovere quel suo culetto per ben due sere a settimana, danza dalle diciotto alle diciannove eppoi happy hour al bar di fianco discutibile libert postmoderna comunquessa non saranno a casa prima delle venti, fiducioso annusi lĠaria, dolce profumo di casa deserta e soave impressione di una libert meno apparente senza dubbio migliore perch intima, libert
di abbassare finalmente occhi pantaloni e difese senza troppe spiegazioni, senza anima viva intorno a rimproverarti perch anche oggi in mensa hai mangiato aglio, senza anima viva intorno a chiederti quando ti spuntato quel capello bianco vicino allĠorecchio dovresti tagliarlo anzi no ne crescerebbero altri cento e soprattutto
senza nessuno incollato alla porta a urlare sbrigati fissi i tuoi alluci che spuntano timidi da sotto le ginocchia unite, appallottolato e mite come un criceto con la sua ruota finalmente siedi, circondato dalla compagnia di una serie di oggetti familiari unici testimoni della migliore delle solitudini, alla tua destra da parte al lavello il set color lavanda asciugamani+saponette costato tipo mezzo stipendio e tre ore di fila per uscire dal parcheggio, che tu poi neanche lo sapevi esistesse un color lavanda e invece esiste, e preferirlo al color malva pare sia una scelta che potrebbe durare alcuni mesi oppure anni e se le chiedi ma ne vale la pena cara allora s sei fuori strada, dovresti invece chiederti che razza di sensibilit hai per non capire la profondit di certe scelte dovresti saperlo, un giorno questi oggetti parleranno agli ospiti di te e Dio solo sa cosa diranno quindi immagini compiendo la scelta sbagliata il rischio e lĠentit del conseguente danno, non sia mai, quindi attenzione, gli asciugamani sono scelte importanti,
il tuo spazzolino colore verde perch sei lĠunico che non lĠha voluto scegliere e quello era un verde di merda quindi lĠultimo rimasto, il dopobarba uomo sai di buono&pungi meno senza baffi che sono quasi tutti bianchi ci mancavan solo quelli che il brizzolato sembra faccia sesso ma probabile funzioni solo se ti chiami Clooney, nel dubbio comunque meglio raderti ancora
appeso in doccia il tuo accappatoio di Playboy nero con il coniglietto rosa sulla tasca-altezza-cuore, regalo dei colleghi perch hai compiuto 50anni han detto ricordati dei vecchi tempi, benedetti e andati quei bei vecchi tempi
comĠ che lei ti viene in mente solo in certi momenti? era dĠestate
la sua pelle scura e gli occhi suoi nocciola e quella canzone alla radio ma come si chiamava proprio non ricordi, la canzone s quella s che la ricordi faceva qualcosa tipo ridammi i miei ventanni e tu ridevi perch ne avevi solo diciannove ma comĠ che si chiamava lei non lo ricordi era straniera, o forse era straniero solo il nome, cĠera una ÒjÓ da qualche parte ne sei sicuro anzi lo giureresti, come giureresti
davvero avresti passato tutta la vita fra le sua braccia o almeno col senno di poi questo quello che ti sembra, tutta la vita affondato in quelle enormi tette a pronunciare quel suo strano nome proprio buffo, tutte le cose pi belle hanno certi nomi che chiss come te li dimentichi, ti ricordi tante cose ma il nome no il nome un attimo e ne stai gi chiamando uno diverso solo un attimo
e sedersi ingenuamente e irrimediabilmente chiedersi se vale la pena poi rialzarsi questo il danno, la mente umana fa brutti scherzi se fai lo sbaglio di lasciarla a riposo o darle giusto un poĠ di tempo, tipo il cane quando la sera scendi in giardino ti volti un attimo e quello come si accorge che non gli hai messo il guinzaglio fila via cos la mente, se fai lo sbaglio di darle tempo poi va a finire che ti ritrovi nella testa la maledetta domanda ero proprio io quello o peggio ancora, sono ancora io questo? quale mano
quale mano mi ha spostato e messo qui vorrei saperlo,
fili dritto come un luccio in mezzo a giorni mesi e settimane e poi riemergi e son passati mille anni e tu dovĠeri, seduto sul cesso a raccogliere cocci nellĠora dellĠaperitivo immagini una vita passata senza mai dover scegliere il colore delle piastrelle o il nome di un figlio, una vita dove non mai ora di cena e le transaminasi non esistono, le raccolte punti non si fanno e gli occhiali non si rompono, una vita dove i calzini non si rovinano allĠaltezza degli alluci e non piove mai la domenica pomeriggio, anzi proprio non esiste una domenica pomeriggio e le chiavi non si perdono, e se si perdono poi si trovano una vita
dove i frigoriferi non si sbrinano e le gomme non si bucano e non succede mai, nemmeno in ascensore, che le porte non si aprono o peggio ancora, che le porte poi si chiudono ed eccoti l - ti siedi - con lĠimpressione che quel buco ti potrebbe risucchiare e non restituirti pi e non sarebbe poi cos male o forse, sarebbe la fine non sai dirlo,
nostalgia atavica&brache calate gi passata unĠora
qualcuno da fuori chiama papi per fortuna
odore di rosticceria tutto apposto tutto come prima
ora di cena.
Simone Borrelli
Nuvole a forma di balene
genere storie di ordinaria follia
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Prefazione
di Flavia Piccinni
Non facile raccontare gli altri. Entrare, senza chiedere permesso, nelle vite altrui e mangiarne le pareti, odorarne la spazzatura, scoprirne i pi reconditi segreti. Simone Borrelli, trentunenne di Seregno, ci ha provato e, pur con qualche sbavatura, riuscito a dare voce a un indifeso, a una vita in bilico fra apprensive raccomandazioni materne e desiderio di contatto con gli altri, fra tentativi di integrazione con persone rifugio della bestia malvagia e approdo in un compromesso, fatto di medicine e di uomini affabili e sorridenti.
A una prima lettura il mondo che Borrelli descrive sembrerebbe grossolano, con troppe e nette divisioni. I particolari per sono teste mosse in continuazione per far mescolare i pensieri e generarne di nuovi, case piene di oggetti-immondizia. Peculiarit che velano sofferenza, quella che lĠautore non nasconde nella sua biografia: ÒLa mia nonna preferita perse in giovane et lĠudito e la ragione; i suoi comportamenti bizzarri, pittoreschi e talvolta spaventosi hanno lasciato una traccia indelebile nella mia memoriaÓ. Traccia che si avvita sulla storia, raccontando in modo sincero la vita che .
Il racconto, che un poĠ abbraccio rifiutato e un poĠ uno sguardo di pena, mi ha ricordato Judith Scott, sordomuta artista americana che solo ora inizia ad avere il meritato successo. Le sue opere, pura art brut, sono oggetti circondati di filato fino a perdere le loro sembianze. Non hanno pi contorni spigolosi, ma solo lana colorata che ne difende lĠaspetto e ne cela, allĠinterno, sorprese. Borrelli, nel suo racconto, ha fatto lo stesso. Ha preso un sentimento, una storia, e ha iniziato ad avvolgerlo con la tristezza, la sensibilit, la paura e la genuinit che solo pochi conservano ancora e che forse proprio sua nonna gli ha suggerito. Ha usato una matassa spessa, per non far vedere il contorno dello scrigno che ha consistenza di nuvola, forma di balena, odore di vita. E ha costruito il suo racconto che ha tante pecche ma un pregio, la sincerit, che vale pi di tutto il resto
Nuvole a forma di balene
1
Da bambino scuotevo la testa in continuazione e i compagni di scuola mi prendevano in giro; temevo che qualcuno potesse rubarmi lĠimmaginazione e agitavo forte il capo cos che si mischiassero e nascondessero i pensieri. Ho sempre avuto tanta fantasia e ne sono fiero. Mi chiudevo in casa giornate intere e pensavo a quante belle parole si potessero ancora inventare, quante nuvole bianche nel cielo avessero la stessa forma delle balene, quante foglie secche si staccassero dallĠalbero durante la brutta stagione.
ÒBada bene, figlio mioÓ diceva mia madre, Ònon sei n stupido n anormaleÓ e io le credevo.
Eppure crescevo in solitudine, perch ad alcuni ragazzini non piaceva la mia voce e altri trovavano ridicolo il mio modo di camminare. Io un poco ci soffrivo.
ÒBada bene, figlio mioÓ diceva mia madre, Òdevi trovarti degli amici veri, perch stare da solo pu farti maleÓ. Io per farle piacere lasciavo la mia stanza e andavo ai giardini pubblici a passeggiare: condividevo con api e formiche le mie gioie.
2
Da adulto ho cominciato a spiare le persone.
ÒNon educato, figlio mioÓ diceva mia madre, ma io non le badavo. Mi fermavo nei luoghi bui e cominciavo ad osservare uomini e donne che colpivano la mia attenzione. Fingevo di giocare al poliziotto o allĠinvestigatore ma nessuno rispettava le regole e le condizioni; tutti quanti camminavano veloci e, quando apposta mi facevo notare, ricevevo in cambio brutte frasi o cattive parole. Non mi divertivo, anzi, temevo che qualcuno potesse farmi del male. Sembrava che nessuno mi volesse accettare, sembrava desse fastidio il mio viso magro di docile signore. Io sorridevo, mi mostravo cordiale, ma tutti quanti mi respingevano. Nessuno, proprio nessuno, aveva tempo per ridere e giocare. Correvano frenetici ad inseguire sogni e ambizioni e vivevano le loro giornate come se la vita fosse un grosso dolore, un enorme dispiacere. Sconsolato cercavo rifugio tra le calde pareti della mia abitazione.
Avevo maturato una convinzione: in qualche dirupo o luogo remoto doveva nascondersi un mostro cattivo che si cibava della felicit di uomini e donne senza fare alcuna distinzione.
3
Camminavo senza posa giornate intere, consumavo le scarpe sullĠasfalto di mille strade. La barba cresceva, il corpo smagriva, ma io non mi fermavo, perch lo dovevo trovare: mi affannavo per capire dove si nascondesse il mostro crudele che rubava il sorriso alle persone. Guardavo in ogni luogo, sbirciavo in ogni foro, ma, pur spendendomi con impegno e devozione, ancora non avevo capito che faccia, corpo o sembianze quella bestia potesse avere.
Le lunghe ricerche vane mi avevano un poĠ avvilito e, siccome non volevo andasse sprecata quel poco di energia che ancora possedevo, avevo pensato di mandare al diavolo lĠidea di salvare gli uomini dal loro triste destino; io avevo una mia vita a cui badare, migliaia di impegni da rispettare.
4
Frugare nellĠimmondizia mi era parsa unĠattivit intelligente e costruttiva. Ancor prima che sorgesse il sole indossavo il completo nero, calcavo sulla testa il mio cappello da gran signore e senza alcun indugio partivo. Dunque collezionavo, raccoglievo, sceglievo tra ci che scellerate persone gettavano senza alcuna riserva o dolore. Per ore e ore mi perdevo in quei mondi decrepiti e ricchi di seduzione; mi sentivo sereno, appagato, perch ridonavo la vita a oggetti dimenticati, perch accoglievo nella mia casa cocci e frammenti impregnati dĠemozioni. Ingordo e volenteroso come un bambino mi tuffavo col corpo intero in quellĠallegra accozzaglia di forme colorate e tutte le volte ne uscivo rinato, rinvigorito.
I volti tristi e corrucciati, le frasi secche e sgarbate che per lungo tempo mi avevano tormentato erano ricordi lontani e quasi dimenticati. Solo di rado la mente tornava a loro, come si fa per un guaio passato; in quelle rare occasioni allora, per sfizio e con poca convinzione, mi chinavo pi del dovuto per dare di nuovo la caccia a quel mostro che ancora non si era presentato, ma solo per pochi istanti e di nuovo senza risultati, perch ben presto una biglia o un barattolo di vetro riconquistavano prepotentemente tutta la mia attenzione.
Le discariche e lĠimmondizia occupavano per intero le mie giornate. Quante sorprese in quelle puzzolenti gite, quante lacrime per rottami recuperati, quante anime di oggetti salvate. Io sceglievo, recuperavo, scartavo e selezionavo, riponevo allĠinterno della mia abitazione; poi impilavo, immagazzinavo, e pigiavo e imprecavo, imprecavo e pigiavo, e disponevo le cose pi belle in bella mostra nel mio giardino. Non mangiavo, non dormivo e, poich la mia casa era ormai imbottita come un panino, capitava che suonassi al mio vicino perch conservasse per favore alcune cose alle quali tenevoÉ
5
Mi trovo in questo posto ormai da alcuni anni e mi ci sono abituato.
Capirete, tutto questĠordine e pulizia mi mettono addosso un poĠ di apprensione ma, pensandoci bene, credo non sia nemmeno male. LĠodore no invece, a quello mi ci devo abituare: lezzo di medicine, puzza dĠospedale. Mangio due volte al giorno, insieme ad altre persone, e la mia vita ora molto regolare. Il tempo non manca, scorre lento e risoluto, e credo avr a disposizione unĠintera vita per inventare nuovi suoni o disegnare i buffi animali che nei sogni mi vengono a trovare. A ogni modo non mi annoio e, se proprio dovessi esprimere la mia opinione, direi che non mi dispiacerebbe riempire a modo mio alcuni spazi troppo vuoti e inespressivi.
Di questo luogo mi piacciono tanto le piastrelle bianche disposte lungo la parete, ed un piacere passarci sopra la fronte e le dita della mano, sentire la pelle fredda scivolare: una cosa che faccio in continuazione.
Apprezzo molto anche le altre persone: gente libera, fantasiosa, cordiale, gentile. Tutti quanti hanno sempre migliaia di cose da dire, pensieri da lasciar correre, frasi da urlare; con alcuni di essi mi permetto talvolta di intervenire per correggere unĠerrata forma verbale, censurare una frase volgare, ma pare che nessuno abbia voglia di migliorare le proprie forme grammaticali.
Da quando vivo in questo spazio ho ripreso a guardarmi in giro, a fissare negli occhi chi mi sta vicino; so che mia madre pensava non fosse bene ma qui nessuno ha voglia di offendersi o starci a badare. Studio con cocciutaggine i volti con i quali condivido gioie e malumori, osservo lo sguardo dei giovani, quello degli anziani, e ottengo spesso in cambio ampi sorrisi e vigorose strette di mano: non ne sono sicuro, ma credo mi vogliano bene.
Talvolta ripenso a quando stavo fuori: rivivo con ansia e dispiacere gli sguardi morbosi e i modi severi. Ancora oggi, ma solo in sporadiche occasioni, torno a chiedermi dove possa aver trovato rifugio la bestia malvagia che ruba lĠanima e il sorriso alle persone; mi dispiace davvero non averlo potuto trovare, mi rincresce non avergli potuto parlare ma, se vero che lui si sa nasconder bene, almeno io una cosa la posso affermare:
qui dentro, nella mia testa, ancora non riuscito a entrare.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20.
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