il Juke-Box Letterario 2007
Juke-Box Letterario 2006
Juke-Box Letterario 2005
Juke-Box Letterario 2004
Juke-Box Letterario 2003
Juke-Box Letterario 2002
Recensisci i racconti
Invia il tuo racconto
Bando di concorso del 2004
Chi siamo
Contatti
News
Francesca Erriu
Stella stellina

genere racconto notturno

1 racconto da 6 fermate

Scarica l'audiofile

Prefazione
di Massimo Cacciapuoti

La diversitˆ  il punto centrale del racconto. Una diversitˆ intesa come modo di vita, come trama esistenziale, come appunto racconto. La diversitˆ che si intreccia con il disagio sociale, con i posti di frontiera, con una vecchia stazione dimessa. LĠomosessualitˆ e la prostituzione. Spesso un binomio tristemente inscindibile. LĠamore omosessuale negato. Ripudiato. Rifiutato per paura. PerchŽ la diversitˆ, e qui torniamo al punto di partenza, fa paura. Come sfondo una storia noir che a dire il vero parla molto americano. Almeno nellĠintonazione generale. Nelle iterazioni, nelle sgrammaticature. Nel linguaggio estremamente dimesso, quasi povero. Forse  questo il dato pi interessante e la dice lunga sulle influenze di certi messaggi mass-mediatici, sullĠevoluzione o involuzione, a seconda dei punti di vista, dei cosiddetti modelli culturali. Anche i rapporti parentali pi stretti, intimi, come quello materno, perdono forza e consistenza. Nicolino ormai  diventato Stella e lĠunica cosa che lo infastidisce nel dialogo onirico con sua madre  proprio che lei continui ostinatamente a chiamarlo in quel modo. Nicolino ormai non esiste pi.  un diverso. Un pervertito. Uno che per sopravvivere  costretto a vendere il proprio corpo. Un povero corpo senza anima. Deturpato, ferito, abbandonato in una squallida stazione di periferia dismessa. Un corpo che in fondo aveva smesso di vivere giˆ da tempo, tanto che la pozza di sangue in cui  immerso sembra soltanto un dato di mera cronaca, quasi pleonastico. E cio da quando aveva scoperto, accettato e nel contempo rifiutato la sua diversitˆ. Un rifiuto per niente volontario. Imposto dallĠalto. Dalla societˆ che sembra accogliere o respingere i propri membri seguendo una logica quasi meccanica, biologica, in cui lĠaffettivitˆ, e qui il dato  a dir poco allarmante,  completamente estromessa. La morte di Nicolino-Stella, sembra suggerire lĠautrice  un fallimento, non una colpa, di tutti.

Nicola.
La stanza era al buio, leggermente rischiarata soltanto dalla luce di un lampione che filtrava attraverso le tapparelle semichiuse. Alle dieci in punto la sveglia inizi˜ a suonare, crudele e ostinata come sempre. Nel tentativo di spegnerla, Nicola la colp“ facendola cadere per terra. Lanci˜ cinque o sei anatemi alla sveglia, al mondo e a se stesso. Svegliarsi bestemmiando era il massimo per cominciare bene la giornata. Anzi, la nottata. Riusc“ ad alzarsi, trascinandosi controvoglia fino al mobile con le luci e il grande specchio. Accese le lampadine, e lĠimmagine che vide gli ricord˜ in qualche modo La notte dei morti viventi. Era pallido come uno zombie e la sbronza del giorno prima gli ronzava ancora nella testa. Delle occhiaie simili si sarebbero avvistate persino sul Raccordo Anulare. Cercando di pensare ad altro, and˜ ad accendere lo stereo, e lasci˜ che i primi accordi di una canzone rock riempissero la stanza. Prima di andare in bagno, voleva pensare a cosa mettersi, per non perdere tempo dopo. Apr“ lĠarmadio e cominci˜ a guardare tra abiti femminili; prese una gonna corta e una maglietta bianca scollata.

La banda.
In un garage metropolitano di periferia si era riunita la banda. Il nome farebbe pensare a qualcosa di serio, ma in realtˆ non si vedeva una banda cos“ scalcinata dai tempi de I soliti ignoti. Con la differenza che questi non erano cos“ simpatici. Per darvi unĠidea, il capo, o quello che si autoproclamava tale, era soprannominato il Pezzo; era il nome ereditato dal padre, un poliziotto morto eroicamente durante una retata antidroga, passata alla storia come ÒOperazione BorotalcoÓ. Mentre massacrava un ragazzo a colpi di manganello, per sbaglio un colpo di pistola era partito dalla mano tremante di un suo collega, che si era girato a guardare una prostituta che passeggiava. Non gli fecero nemmeno i funerali di Stato, ma comunque niente sarebbe servito a cancellare il soprannome che si era sempre portato appresso: Pezzo di merda.

Stella.
Nicola aveva indossato la gonna corta e la maglietta. La sua figura apparve ancora pi alta e slanciata quando infil˜ gli stivali neri. Solo le spalle erano un poĠ larghe, ma non gli dispiaceva poi tanto. Si mise allo specchio per truccarsi; per fortuna la doccia e i tre caffŽ lĠavevano rimesso un poĠ in sesto. Quel giorno non era proprio in forma, sarebbe andato giusto a fare un giro per vedere se riusciva a piazzare quellĠorologio che aveva trovato. In realtˆ, giˆ da un poĠ di tempo le cose non andavano per il verso giusto. Era sempre distratto, non gliene importava pi niente del lavoro, dei clienti, poteva anche cascargli il mondo addosso che non se ne sarebbe accorto. Prima non era cos“. Era da quando lui se nĠera andato. Lui, non voleva neanche nominarlo! Ma perchŽ ci pensava ancora? Ormai erano sei mesi che era tornato dalla moglie, basta, doveva mettersi lĠanima in pace. Se nĠera andato cos“, di punto in bianco. Lasciando un bigliettino: ÒMi dispiace, devo tornare da mia moglieÓ. Devo?! Glielo aveva prescritto il medico? Tutte scuse. La veritˆ era: ÒVoglio tornare da mia moglieÓ. Vai vai, aveva pensato lui, tanto non ti apro neanche se torni strisciando.

Il Pezzo sapeva di essere il migliore in quel gruppo, gli altri erano quasi tutti degli smidollati, che non valevano niente senza di lui. Ma per fortuna sapeva farsi rispettare, come suo padre. E aveva deciso di continuare la missione del genitore, senza per˜ indossare la divisa: a lui non interessava servire lo Stato, meglio farsi giustizia da soli. Aveva un forte senso della giustizia, lui; a volte si sentiva Il giustiziere della notte. Certo non era facile gestire una banda composta da individui come quelli che aveva davanti in quel momento. Due erano cugini, Chiodo e Martello: due nomi, due opposte realtˆ. Martello, noto per le sue qualitˆ amatorie e per lĠinstancabile devozione alle donne; lĠaltro invece, non batteva chiodo neppure in quelle serate propizie tipo lĠotto marzo. Poi cĠera il Piccolo, solo perchŽ era il pi piccolo di tutti; quando gli avevano dato il soprannome non erano in un momento creativo. CĠerano loro quattro nel garage metropolitano di periferia: per la missione di quella notte, era il numero perfetto. Dovevano recuperare un oggetto prezioso, un orologio che il Pezzo aveva perso durante lĠultimo scontro post-derby, e che per sbaglio era finito nelle mani di un travestito; uno detto Stella, secondo fonti sicure. Al Pezzo faceva schifo solo lĠidea che uno di quelli avesse preso il suo orologio, e non aspettava altro che mettergli le mani addosso. Era una di quelle sere in cui si sentiva pi che mai Giustiziere. Ma non sapeva che gli altri continuavano a considerarlo il solito Pezzo di.

Dopo essersi passato il rossetto, Nicola si guard˜ unĠultima volta allo specchio. Ora pi che a uno zombie, assomigliava a Frankenstein in pensione: dal bianco era passato al grigio. Si prov˜ almeno dieci tipi di sciarpe e foulard, mentre dalla radio arrivava la voce calda di un dj.
ÒSalve gente della notte, che aspettate a cominciare il vostro giorno? Se state andando a lavorare, se una dura giornata sta per finire, o se state vivendo momenti di estasiante piacere, noi siamo qui a farvi compagnia. E ricordatevi amici, stanotte scatta lĠora legale, quindi forse perderemo unĠora di vita, o forseÉ la recupereremo unĠaltra volta, chissˆÓ.
Aveva scelto la sciarpa azzurrina. Poi fu la volta della parrucca: non quella blu, avrebbe fatto troppo Fata Turchina; meglio quella semplice, biondo platino. Prese la borsetta, e un prezioso orologio che infil˜ nella tasca del giubbotto bianco. Spense tutto e usc“.

Loris.
Loris accese la radio e rest˜ ad ascoltare la voce di un dj.
ÒCi sono delle notti strane, e questa  una notte cos“. Ricordiamoci di guardare la luna stanotte. Forse vedremo The dark side of the moonÓ.
Le note della canzone partirono e Loris poggi˜ la testa allo schienale della poltrona. PerchŽ si doveva sempre mettere nei casini? Non ne combinava una giusta. Si era anche sposato, pensando di mettere la testa a posto, ma niente da fare. Anzi, peggio che mai. Adesso sarebbe rimasto solo tutta la notte, mentre la moglie faceva il turno in ospedale. E giˆ gli prendeva lĠansia. Un altro si sarebbe seduto tranquillo sul divano, davanti alla sua bella televisione. Al massimo sarebbe andato al bar allĠangolo a fare due chiacchiere. La veritˆ era che se ne voleva andare. Ma come faceva a dirglielo? Avrebbe dovuto dirle come stavano le cose, che cĠera unĠaltra persona, una persona che non riusciva a togliersi dalla testa neanche se la sbatteva al muro. E anche in quel caso era stato un vigliacco. Lo era sempre stato, avrebbe mai avuto il coraggio di fare qualcosa che non fosse vigliacco? Di prendere una decisione giusta? S“, forse stavolta cĠera una decisione giusta.

Nicola camminava lungo i muri dello stradone illuminato da pochi lampioni e dai fari delle auto che passavano rallentando un poĠ. Qua e lˆ erano accesi dei piccoli fuochi, alcune prostitute sedute in cerchio lo salutavano. Tutti lo chiamavano Stella. Lui si fermava ogni tanto per mostrare un orologio bellissimo che aveva in tasca, ma nessuno era interessato. Non gli rimaneva che andare pi in lˆ, dove stavano gli spacciatori e i papponi. Sicuramente quelli avrebbero sganciato qualcosa. Aveva appena iniziato a camminare in un vicolo un poĠ buio, quando sent“ un rumore alle spalle. Non fece neanche in tempo ad accelerare il passo, che qualcuno sbuc˜ dal buio e lo stratton˜ cercando di colpirlo. Ma lui riusc“ a divincolarsi, piant˜ la punta dello stivale nello stinco dellĠaggressore, poi si mise a correre lasciandolo a terra dolorante. Nel trambusto aveva fatto cadere la borsetta, e ormai non poteva pi recuperarla. Continu˜ a correre senza voltarsi, finchŽ trov˜ un portone aperto. Entr˜, e si nascose attaccandosi bene al muro, sotto la rampa di scale. Sent“ dei passi scendere i gradini; da quella posizione lĠavrebbero notato per forza. Una signora molto robusta comparve negli ultimi scalini, teneva in mano il sacchetto della spazzatura. Nicola fece lĠindifferente, e si chin˜ ad aggiustarsi le calze nello stretto pianerottolo. La donna lo guard˜ dallĠalto in basso, poi usc“ scuotendo la testa. Il ragazzo tir˜ un sospiro di sollievo. Non voleva che la donna vedesse i suoi occhi luccicare per la rabbia. Se non fosse stato vestito cos“ non sarebbe scappato, li avrebbe affrontati faccia a faccia. Ma con quelli era sempre una lotta impari, perchŽ andavano in giro con i coltelli e le loro schifose catene. Con animali cos“ non cĠera niente da fare, e se ti acchiappavano era finita. Controll˜ nella tasca del giaccone, cĠera ancora lĠorologio. La borsetta ormai era persa, ma poco importava.

La banda si era riunita nel solito garage metropolitano di periferia. Le moto erano parcheggiate ai lati, tutto l“ dentro trasudava olio e carburante. Il Pezzo aveva appena sparso la refurtiva per terra, gli altri lo guardavano in attesa della terribile reazione. Il capo cominci˜ a urlare, le bestemmie risuonarono in tutti i garage della zona.
ÒTutto qui? Una stupida borsetta?Ó.
Il Pezzo prese il rossetto, lo specchietto, e altri oggetti e li scagli˜ contro il muro.
ÒLo sapevo che non servite a niente! Io vi chiedo un orologio e voi mi portate un rossetto e cose da femmina!Ó.
ÒMa capoÓ ebbe il coraggio di dire Chiodo, Ònon cĠera nessun orologio, lĠabbiamo perquisitoÉÓ.
ÒPerquisito? Siete la polizia, forse? Non mi avete portato neanche la parrucca, che prove ho che lĠavete fermato? La veritˆ  che ve lo siete fatto scappare!Ó.
Erano tutti mortificati, il Pezzo stavolta non li avrebbe perdonati. Ma cĠera unĠaltra possibilitˆ: beccare lĠessere immondo nella piazzetta del quartiere, dove dopo mezzanotte, si riunivano tutti i suoi simili. Sarebbero andati l“, a dargli una bella lezione.

Era uscito dal portone, evitando di incrociare lo sguardo della signora col sacchetto. Si era messo a camminare per i vicoli mal illuminati. LĠunica cosa a cui doveva pensare adesso era mettersi al sicuro. Con quelli cĠera poco da scherzare. Se avevano capito chi era, anche tornare a casa sarebbe stato rischioso. Avrebbe potuto cercare la sua amica Mila, ma non era sicuro di trovarla, e poi meglio evitare quelli dellĠambiente. Aveva sentito pronunciare la parola ÒorologioÓ, durante la colluttazione: evidentemente lĠoggetto doveva essere prezioso come aveva pensato. Non lĠavrebbe ceduto neanche morto.

Loris si alz˜ dalla poltrona e apr“ un cassetto del comodino. La foto era ancora l“, dove lĠaveva lasciata. Nascosta bene in mezzo a un libro, in fondo. LĠunica che aveva osato tenere. Era solo lĠanno scorso, in quellĠalbergo con Nicola. LĠaveva preso alla sprovvista mentre si guardava allo specchio. E nello specchio si vedeva anche lui, che scattava. Rest˜ seduto sul letto a guardarla. Gli vennero in mente quelle parole, ÒÉse per caso avevi ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non parlaviÉÓ, una canzone che ascoltavano in quei giorni. Sorrise. Poi si alz˜, mise la foto in una tasca della giacca, prese le chiavi della macchina e usc“.

Attraversata la circonvallazione, era arrivato dietro il campo del cimitero. Certo aveva quasi rischiato di morire, ma non poteva mettersi a fare lĠautostop vestito cos“. Non sarebbe passato inosservato. Inizi˜ a camminare in un campo deserto, e da lontano giˆ vedeva le sagome dei treni abbandonati. Faceva fresco e aveva iniziato a piovere un poĠ. Affrett˜ il passo, mentre sotto i suoi piedi la terra diventava fango. Entr˜ di corsa in uno dei vagoni. Era un posto deserto, silenzioso, buio. And˜ a sedersi in un sedile sgualcito, e quasi poteva immaginarsi di viaggiare. Quello era il posto dove rifugiarsi quando ne aveva bisogno. Come quella notte di tanti anni prima. Strano che gli fosse tornata in mente. Pensava di averla dimenticata.

Quella notte era l“, come tutte le notti. Sotto la luce gialla del lampione. Insieme a quelli che come lui si vendevano per niente. Era giovane, aveva ancora i riccioli di capelli lunghi sulla fronte, e questo lo faceva sentire un ribelle. Non si vestiva ancora come adesso, e quellĠapparente innocenza lo rendeva giˆ pi che desiderabile. Quella notte faceva tanto freddo che non si vedeva un cane per strada, e certo non si sarebbe immaginato di fare quellĠincontro. Non si sarebbe aspettato nessun tipo di incontro, figuriamoci sua madre! Eppure era l“, dentro quella macchina dove lĠaveva fatto salire a tradimento, facendolo abbordare dallĠultimo arrivato che si autodefiniva suo padre. Ma come aveva fatto a trovarlo? Era seduta nel sedile posteriore, e piangeva come una fontana, avendo finalmente ottenuto conferma che suo figlio era ormai perso, che non cĠerano pi speranze di recupero, che il suo ÔNicolinoĠ si avviava ormai a una vita sbandata eccetera eccetera. Nel buio della macchina vedeva soltanto il vapore uscire dalla sua bocca mentre parlava; meno male... sua madre sapeva fare certe espressioni di dolore che ad Anna Magnani le faceva un baffo. Insomma, per farla breve, era sceso dalla macchina senza neanche salutarla. Era sceso, e si era messo a camminare sotto il cavalcavia. Indifferente ai compagni che lo chiamavano, con la testa vuota e piena contemporaneamente, guardava dritto e camminava, camminava. A un certo punto la luce dei lampioni si era confusa con le sue lacrime. Non gli aveva dato fastidio tutto quello sproloquio, quanto il fatto che continuasse a chiamarlo ÔNicolinoĠ! S“, mamma - pens˜ - non sono pi il tuo Nicolino, sono cresciuto. Forse ho premuto troppo lĠacceleratore, e sono caduto. Ma non inseguivo una libellula in un prato.

Le moto si fermarono vicino al muro del cimitero. In quel campo si vedeva appena. I quattro avevano in testa il cappuccio del giubbotto per ripararsi dalla pioggia, sembrava il ritorno del Ku Klux Klan.
ÒSicuramente sono nascosti in quella stazione di cui parlaviÓ disse il Pezzo. Stava implicitamente ammettendo che il Piccolo aveva ragione. Non cĠera dubbio, era stato lui ad avere la giusta intuizione: recuperata lĠagendina dalla borsetta di Stella, avevano rintracciato lĠamica Mila e lĠavevano beccata sul posto di lavoro, la famigerata piazzetta. Non erano servite molte minacce per farle dire dove poteva essere nascosto lĠamico. Il Piccolo aveva dimostrato di saperci fare, forse gli avrebbero anche cambiato il soprannome per questo. Ma ci avrebbero pensato dopo; ora lĠunica cosa che rimaneva da fare era andare in quella maledetta vecchia stazione.

La luce di un tuono lo fece risvegliare. Si era addormentato nel vagone silenzioso, solo il monotono cadere della pioggia gli faceva compagnia. Pens˜ che forse avrebbe potuto raggiungere Mila e le altre, ormai il pericolo doveva essere passato. Si avvicin˜ alla porta del vagone e guard˜ il cielo. Le nuvole si stavano allontanando, e in quel momento si scopriva anche un pezzo di luna. Ebbe come la sensazione di una luce che si avvicinava. Ma non era la luna, erano i fari di due motociclette.

Loris suon˜ insistentemente il campanello del palazzo di Nicola. Si maledisse per non aver tenuto le chiavi, ora sarebbe stato tutto pi semplice. Lo rattrist˜ non trovarlo in casa, probabilmente aveva ricominciato a lavorare di notte. Se si poteva chiamare lavorare! Ma ora non voleva pensare a questo, voleva soltanto incontrarlo, e parlargli. Lo avrebbe aspettato, sicuramente per lĠalba sarebbe tornato. Infreddolito, rientr˜ in macchina e chiuse bene i finestrini e le portiere. Accese lo stereo e appoggi˜ la testa allo schienale, chiudendo gli occhi.

La luce non cĠera pi. Era di nuovo buio, non sentiva pi nemmeno il rumore della pioggia. Da quanto tempo era l“? Forse da sempre. Non sentiva niente, solo il dolore accecante, come se gli avessero spezzato tutte le ossa. PerchŽ tanto odio? CĠ chi vuole essere qualcuno, cĠ chi vuole essere migliore... Lui voleva essere, e basta. Non pensava che potesse dare fastidio. A qualcuno, forse s“. A chi lĠaveva cercato quella notte, fino a quel posto abbandonato, dove ci si poteva perdere nei sensi di colpa. Forse era stato troppo fragile, troppo distratto, per accorgersi del pericolo. E, con il trucco sfatto sulla faccia, dovevano averlo scambiato per un personaggio di qualche musical rock. LĠavevano chiamato, mentre si avvicinavano, ÒHey, Stella!Ó come Marlon Brando in quel film del tram, ÒTe le facciamo vedere noi le stelleÓ facevano anche i simpatici. Alla terza battuta si era reso conto di non riuscire pi a muoversi, perchŽ lĠavevano giˆ bloccato. Ora non cĠera pi nessuno, lĠavevano lasciato solo, neanche qualcuno che gli cantasse una canzone, che so, comĠera quellaÉ DonĠt dream it, be itÉ Non sognatelo, siatelo. Oppure qualcosa di David Bowie, bello come nel poster della sua cameretta. Forse era stato lui a farlo innamorare, il poster galeotto. Quante volte aveva sognato di essere un RockĠnĠ roll Suicide... Ma gli era andata molto peggio. Nella canzone almeno cĠera la sigaretta, qui nemmeno quella. E nemmeno David Bowie a salvarlo. Aveva in testa troppe cose. Ma non riusciva a parlare, nŽ ad aprire gli occhi. Come quando da piccolo gli cantavano quella filastrocca per addormentarsi, e lui si abbandonavaÉ ComĠera? Stella stellina, la notte si avvicinaÉ

Loris si svegli˜ dentro lĠauto, cullato dalle note di una canzone che amava. Poi dalle casse si ud“ la voce di un dj.
ÒBuongiorno, ben svegliati a tutti. E per chi ha lavorato fino a adesso, buonanotte! Forse stamattina vi sentirete pi stanchi del solito, sarˆ perchŽ avete dormito unĠora in meno? Io ero sveglio, e ho avuto la sensazione che il tempo si sia fermato per un attimoÉ come se avessi persoÉ unĠora di vitaÓ.

LĠalba colora il cielo sopra la Stazione Vecchia. Il silenzio avvolge il campo, apparentemente deserto. Ma dentro uno di quei vagoni qualcuno giace in una pozza di sangue. Alcuni diranno che si chiamava Nicola, molti altri riconosceranno Stella. Per terra cĠ un orologio mezzo rotto, le lancette sono ferme. Segnano ancora le due.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
‹— Racconto precedente / Racconto successivo —›
HOME / IL JUKE-BOX LETTERARIO / INVIA E RECENSISCI I RACCONTI / FORUM / IL BANDO DI CONCORSO / CHI SIAMO / CONTATTI