Matteo Roccia
Tegolini e brodo di pollo
genere
racconto umoristico
1
racconto da 5 fermate
Scarica l'audiofile
Prefazione
di Oliviero Ponte di Pino
Dovete leggere questo racconto perch fa davvero ridere. Con questo la mia prefazione sarebbe gi finita: un consiglio e per di pi motivato, che volete di pi?
Adesso leggetetevelo, il racconto, e poi finite di leggere questa mia prefazione, o meglio pre-postfazione).
Perch dopo aver riso ( questo che conta), ci si pu anche chiedere perch si ride. Ci sono due tipi di comicit, quella di situazione e quella di battuta. Qui ci sono luna e laltra. Poi, la comicit come un meccanismo a orologeria: e qui gli effetti comici vengono costruiti con pazienza e precisione. Ancora, la comicit nonostante questo non un fatto razionale o intellettuale: riguarda prima di tutto il corpo. Il riso, come il pianto o leccitazione sessuale, una reazione fisica che pu fare a meno di volont e intenzioni. Qui cՏ anche il corpo del protagonista, che diventa teatro di esilaranti errori.
Infine (altrimenti questa prefa diventa noiosa) c' in questo racconto lo scontro tra due visioni del mondo - direi quasi tra due civilt - e il corpo diventa cos un campo di battaglia.
Adesso provate a rileggere, per vedere che cosa vi fa ridere, e perch.
Io le schifezze che si comprano non te le faccio mangiare.
Mia madre si impettiva e, con orgoglio, mi sputava in faccia questa frase ogni volta che io, piccolo rivoluzionario, chiedevo il permesso di gustarmi una merendina come tutti gli altri bambini.
A casa mia cera un vero e proprio embargo nei confronti di qualsiasi azienda dolciaria avesse la presunzione di produrre biscotti, salatini, gelati e quantaltro.
Come si permettono queste aziende? a far da mangiare ai figli ci deve pensare la madre, non gli altri e con questo altri, mia madre intendeva gli zii, le zie, i vicini di casa, i genitori dei miei amici, le maestre e chi pi ne ha pi ne metta, fino ad arrivare, logicamente, anche alle varie multinazionali del settore.
Per mia madre era una missione: non far cadere me e mio fratello in tentazione, non farci mangiare fuori casa.
Ecco quindi che ogni prodotto alimentare presente sugli scaffali dei supermercati, aveva il suo omologo casereccio.
In casa si faceva di tutto: gelati, pane, pasta, dolci, biscotti, delle volte addirittura salumi, mi verrebbe quasi da dire che per abilit e conoscenza delle materie prime adoperate, mia madre si avvicinava pi a un chimico che a una cuoca.
Per mamma il cibo non era solo cibo, con i suoi manicaretti ci coccolava, ci sosteneva, pi era sana la pietanza che ci preparava, pi la qualit della nostra vita, secondo lei, si elevava.
Una madre nutre il proprio pargoletto fin dai primi mesi di vita e di conseguenza, pi di ogni altro, identifica il pasto con la sopravvivenza, cosa che porta tutte le madri ad essere preoccupate riguardo a cosa far mangiare ai figli.
Ma la mia era veramente esagerata.
Con voi ho fatto proprio un bel lavoro, visto come siete sani? Guardate i vostri cugini, hanno tutti le scarpe ortopediche!. A suo avviso anche problemi come la scoliosi o il valgismo erano da imputare alle cose che si mangiavano!
Questa passione per la cucina, inoltre, spesso sfiorava lesibizionismo.
Da vera e propria fanatica dellarte culinaria, infatti, quando mia madre si cimentava ai fornelli voleva che i figli fossero presenti, cos che potesse spiegar loro i vari impasti, le dosi e, in particolar modo, gli sbagli pi frequenti che gli altri commettevano quando preparavano la stessa ricetta.
La girella si faceva con la pasta per rotoli, e non con il pan di spagna come molti altri facevano, la sacher torte richiedeva lutilizzo della gelatina di marmellata, e non della marmellata vera e propria, con questultima la sacher sarebbe diventata una banalissima torta al cioccolato.
Queste sue attenzioni un giorno finirono quasi per uccidermi.
Ricordo che un pomeriggio, dopo una partitella a pallone, un bambino si present con una strana bottiglietta in mano.
La bibita in questione aveva un colore e, soprattutto, un nome mai sentiti prima.
Me la fai assaggiare? gli chiesi.
Il ragazzino me la pass ed io feci un sorso.
Non sa di un cazzo sentenziai, e allora il padre del bambino, che era un insegnante di ginnastica, mi rispose in modo saccente: ҏ un integratore di sali minerali.
Dopo questa risposta luomo cominci a spiegarmi che cosa fosse un integratore e, proprio mentre ascoltavo le sue parole, mi venne in mente una trovata geniale: avrei portato quello schifo a mia madre per dimostrarle che non tutto poteva essere fatto in casa; daltronde come avrebbe potuto riprodurlo? era chiaro che quella sbobba fosse pi un parafarmaco che una bevanda, e lei di farmaci non era mai riuscita a farne (ci prov una volta con la novalgina ma le and male).
Forse se avesse capito la lezione che volevo darle, sarebbero anche finiti i suoi abusi alimentari su di me.
Cos, salutati il mio amico ed il pap, andai subito al supermercato pi vicino per comprare quella roba.
Quando rincasai, mia madre era sul divano che guardava una soap opera alla televisione.
Si accorse subito che avevo un oggetto esterno in mano.
Matteo mi chiam, Vieni qui.
Andai in salotto con la bottiglietta in bella mostra.
Lei la guard, mi chiese cosa fosse e, quando io risposi che era un integratore, me lo strapp dalle mani per assaggiarlo.
Voleva riprodurlo.
Ne fece un bel sorso e poi disse: Non sa di un cazzo. Allora io di rimando: Per integra e, data la risposta, ripetei a pappagallo quello che mi aveva detto il pap istruttore.
Il giorno dopo, tornato da scuola, notai che sulla scrivania della mia camera cera un termos da due litri con della roba marroncina dentro.
CosՏ? urlai a mia madre quando vidi quella poltiglia, e lei: Brodo di pollo freddo, anche quello integra, portatelo quando oggi andrai a giocare a pallone.
Probabilmente un altro bambino a questo punto avrebbe disobbedito, ma io no, feci come mi disse e quello stesso pomeriggio, dopo i compiti, presi il termos e mi incontrai con i miei amici per una partitella a calcetto, di quelle lunghe, che tengono i bambini, almeno quelli che non mangiano roba fatta in casa, belli, magri e scattanti (dico questo perch io, a differenza loro, ero piuttosto pienotto).
A fine partita, dopo aver chiacchierato un po con gli altri compagni di gioco, mi avvicinai al termos da vecchio (uno di quelli con tanto di beccuccio e tappo-bicchiere che ti negano anche la trasgressione di attaccarti) con dentro la mistura infernale.
Avevo ancora nelle orecchie lultima, terribile raccomandazione della mamma: Mi raccomando, bevilo tutto, te lho fatto bello carico i pezzettini duri che troverai non sono ghiaccio, ma schegge di ossa tritate.
Preso il coraggio a quattro mani, me ne versai un po e bevvi.
Inizi il dramma.
S, perch scoprii che il brodo di pollo, assunto in qualsiasi quantit dopo aver fatto attivit fisica, in realt non integrava, ma saziava, il che era ben diverso.
Cominciai a ruttare non appena staccai le labbra dal tappo-bicchiere.
Era molto triste: i miei amici si dissetavano e chiacchieravano amabilmente, e invece io, da parte mia, ruttavo miseramente, cercando di camuffare il rutto ora con del singhiozzo, ora con una risata.
Ma questi mascheramenti non funzionarono e, quando tutti si accorsero che ruttavo a rotta di collo, subito iniziarono a fare quello che in genere fanno i bambini quando si accorgono che uno di loro sta male: cominciarono a prendermi per il culo.
Matteo ha la ruttite gridavano umiliandomi.
Passati forse cinque minuti dal primo rutto, iniziai a sentire il mio stomaco che, pian piano, si gonfiava sempre di pi.
Loro si accorsero anche di questo: Guardate Matteo si trasforma in una rana. Risate.
Io no, invece di ridere ruttavo, e il mio stomaco era talmente gonfio che cominciava a pigiarmi dolorosamente sullo sterno.
Al cinquantesimo rutto caddi a terra.
Feci per alzarmi ma riuscii solo a girarmi su di un fianco.
Altre risate.
I bambini presero a punzecchiarmi con un bastone, come si fa con le meduse morte sulla spiaggia.
Bastardi! Ai bambini della partitella cominciarono ad aggiungersene altri e poi altri ancora, fino a che, sdraiato su di un fianco come ero, non vidi con la coda dellocchio che iniziavano ad avvicinarsi anche delle bambine.
Non avrei mai permesso che degli esponenti del gentil sesso mi trovassero in quelle condizioni cos, con tutte le forze che i rutti mi avevano lasciato, strappai il bastone per punzecchiatura dalle mani di un bambino, lo puntai al suolo e, facendo leva, riuscii ad alzarmi.
Cominciai a correre verso casa.
Proprio davanti al bar Gigi (lunico bar della piazzetta), per, caddi di nuovo a terra con il fiato corto.
Correre e digerire insieme, avrebbe messo in serie difficolt anche il pi resistente dei maratoneti.
Non respiravo pi.
Uno appartenente al gruppo dei vecchi in pensione sempre seduti al bar mi vide e, con la sicurezza di chi in passato era stato medico (in realt era un ex-impiegato delle poste), disse: Se st a strozz!.
A questo punto non so chi, ma qualcuno prese una pompa ed inizi a spruzzarmi acqua gelata addosso.
Ai che fai che gli altri fancazzisti gli rivolsero lui aveva risposto: Lho visto fare una volta su di un cane.
Dai balconi del palazzo sopra il bar si erano affacciati tutti e, quando videro che un bambino era disteso a terra, cominciarono, in massa, a scendere in strada.
In breve ci fu un vero e proprio effetto terremoto dovuto alla curiosit e, perch no, anche alla preoccupazione che questa gente nutriva nei miei confronti.
In pochissimo tempo fui letteralmente circondato da decine di persone.
Che ti senti? questa era la domanda che le voci dei visi sopra di me mi ponevano insistentemente.
Chiamiamo unambulanza, url una donna allarmata. Altre voci dissero altre cose ma, in quel preciso istante, la mia preoccupazione non era ci che mi dicevano, bens il gruppo delle bambine che aveva ripreso ad avvicinarsi.
Ero terrorizzato perch non essendo mai stato un tipo popolare pensavo che, esser visto in quelle condizioni, avrebbe certamente dato il colpo di grazia alla mia vita sentimentale gi disastrata a soli tredici anni.
La gang delle bambine era guidata dalla giovane e corteggiatissima Nicoletta Piva, bella e disinibita come solo le bambine di buona famiglia sapevano essere.
Arrivarono.
Senza aspettare risposta Nicoletta Piva, seguita dalle sue scagnozze, si fece largo tra la folla e giunse in prima fila.
Non scorder mai il modo in cui mi guard.
Nei suoi occhi cera un po di tutto: disprezzo, schifo e, naturalmente, disinvoltura.
Mamma mia, come si ridotto disse dopo avermi osservato con nemmeno troppa attenzione.
Poi se ne and con menefreghismo, come se io fossi stato solo una cosa strana da vedere nel corso della sua passeggiata.
Ne fui sollevato, probabilmente sarei continuato a risultarle indifferente e questo, per me, era gi una vittoria.
Nel frattempo era arrivata lambulanza, e gli infermieri scesero dal veicolo in un batter docchio.
Mi chiesero subito come mi sentissi, quali sintomi avessi, ma io riuscii solo a ruttare qualche sillaba.
Dopo avermi imbarellato in modo dolorosissimo, mi caricarono sul mezzo e partimmo verso lospedale.
Durante il tragitto cominciai a vomitare e a stare davvero male.
Non ricordo nulla di quel viaggio, ho solo la certezza di una donna al mio fianco che mi stringeva la mano dicendomi di tenere duro.
Arrivammo al pronto soccorso, l fui sbarellato e, a braccia, portato in una stanza.
Una volta dentro sempre gli stessi infermieri mi buttarono su di un lettino e con un: ҏ tutto vostro mi lasciarono a unequipe di medici.
La squadra di dottori pronta a visitarmi era composta da: un giovane trentenne alto, con il classico fisico da canguro (fianchi larghi e spalle strette), un dottore sulla quarantina troppo anonimo da ricordare ed, infine, un leader sosia di Gianfranco Fini che si atteggiava a premio Nobel.
Vomita e non riesce a respirare disse il canguro guardandomi.
Perch non respira?! domand allarmato lanonimo.
Tranquillo, quella solo un iperventilazione dovuta ai troppi rutti fece il Nobel.
Iperventilazione da rutti?! chiese stupito il canguro.
Pu capitare rispose il Nobel.
Mi palparono lo stomaco, continuando a chiedermi cosa avessi ingerito.
Io allora ruttai con tutte le mie forze: Brodo di pollo freddo.
Alla mia risposta i medici si guardarono in faccia allibiti.
Avevi fatto attivit fisica prima? domand il Nobel con latteggiamento di chi, capendo di aver avuto unintuizione vincente, stava gi cominciando a vantarsene.
Io annuii.
Acetone sentenzi lui in termini non troppo tecnici.
Ecco spiegato il vomito replic diligente lanonimo.
Dopo la diagnosi mi iniettarono qualcosa, mi chiesero di scrivere il mio numero di casa su di un foglietto e mi portarono in unaltra stanza.
Hai vomitato molto, quasi fino alla sfinimento, e per questo ti sei disidratato, ora ti faremo una flebo e tornerai come nuovo disse linfermiere che ora si stava prendendo cura di me.
Stanno chiamando a casa, tra un po sar qui la mamma aggiunse sorridendomi mentre mi piantava lago nella vena.
Passarono forse dieci minuti e mi ritrovai faccia a faccia con mia madre.
Era in lacrime, come cera da aspettarsi.
Amore mio cosa hai mangiato?.
Stavo per risponderle quando, il medico-Nobel, entr nella stanza.
Buongiorno, signora le disse con aria indifferente e, cercando di tranquillizzarla, aggiunse: Suo figlio sta bene, ha solo lacetone, e questo lo porta a rigettare molto. Una piccola flebo e star subito meglio.
Lacetone?! chiese incredula mia madre.
Si, il bambino mi ha detto di aver mangiato del brodo di pollo freddo subito dopo aver giocato a pallone, probabilmente la causa questa.
Come questa? domand mia madre scioccata.
Si, ha mangiato del brodo di pollo e non lo ha digerito sa, con questi alimenti cos pesanti bisogna stare attenti.
Il brodo non si mangia, si beve, una bibita! url allora mia madre.
Il medico, un po interdetto da questa reazione, le replic: Signora stiamo parlando di un alimento, non di una bibita..
No una bibita, liquido, si beve!.
Il medico rise.
Signora il brodo s liquido, ma un alimento, un pasto, non adatto .
Il dottore non riusc a finire la frase perch mia madre, sentendosi ferita nellorgoglio, gli era saltata addosso.
Come ti permetti? Vuoi insegnare a me la differenza tra una bibita e un alimento?! gli ripeteva mentre cercava di infilargli le unghie nella giugulare.
Sentendo il frastuono quasi tutto il personale medico presente al pronto soccorso entr in quella stanza.
Ci vollero cinque persone per sottrarre il Nobel dalle grinfie di mia madre.
Non so bene dove la portarono e cosa dissero per calmarla, so solo che cinque minuti dopo la mamma era di nuovo nella mia stanza.
Dopo le varie lacrimucce, le scuse e i come stai?, cominci a tenermi la mano.
In silenzio.
Mi accarezzava la mano in modo dolce, sempre fissando la flebo.
Ci risiamo pensai.
Voleva riprodurla.
Allimprovviso entr uninfermiera, era piccola, piuttosto tarchiata e con i capelli rossi, aveva gli occhi viziosi ed era sicuramente una di quelle caposala chiacchieratissime dai colleghi.
Come sta suo figlio? chiese affabile a mia madre. Lei la guard e poi, con balzo felino, le mise le mani intorno al collo.
Dimmi cosa cazzo cՏ in quella flebo cominci a chiederle mentre la strozzava.
La poveretta non riusciva a rispondere, emetteva dei suoni gutturali, che molto poco avevano a che fare con le parole che voleva sentire la pazza che mi aveva messo al mondo.
Dimmi cosa cazzo cՏ li dentro dammi la ricetta che devo rifarla a casa.
L infermiera non rispondeva, e non poteva farlo anche perch stava morendo (le usciva della bava dalla bocca e stava diventando sempre pi livida).
Mia madre, vedendo che la donna non parlava, inizi a sbatterle la testa contro il muro.
Al rumore dei colpi, l equipe dei tre medici che mi aveva salvato la vita entr in azione e irruppe nella stanza.
Il Nobel, evidentemente risentito per quanto accaduto in precedenza, prese mia madre alle spalle e, nel modo pi vigliacco possibile, le diede un poderoso calcio in culo.
Cominci una vera e propria rissa che si concluse solo quando il medico anonimo, riusc a sedare la donna con della morfina (Voi lo state nutrendo al posto mio ripeteva questultima mentre perdeva i sensi).
Quelle quattro pareti erano diventate il teatro di una vera e propria guerra. Ora chiamo la polizia disse risoluto il Nobel.
No, la prego urlacchiai io prima di iniziare un pianto dirotto.
Dopo avermi visto frignare, forse impietositi, uscirono tutti dalla stanza scuotendo la testa.
Il Nobel torn dopo pochi minuti, mi stacc la flebo e mi disse indicando mia madre: Quando si riprende andatevene subito. Dille di non farsi pi vedere, perch giuro su Dio che se la vedo solo unaltra volta la uccido.
Grazie risposi io.
Ci volle un quarto dora prima che la mamma riaprisse gli occhi.
Nel frattempo era stato avvisato anche mio padre, che ci raggiunse tutto trafelato, proprio mentre io stavo cercando di rialzare la cuoca provetta ancora rincoglionita.
Lascia stare, faccio io mi disse chinandosi sulla moglie e aiutandola a rimettersi in piedi.
Ma cosa successo? chiese preoccupato.
Al telefono non hanno voluto dirmi nulla, ma mi sembravano piuttosto allarmati.
ҏ successo di tutto replicai.
Uscimmo dallospedale e ci avviammo verso casa.
Nel tragitto gli raccontai lintera vicenda e lui, quasi a voler scusare mia madre, volle comunque rassicurarmi sulla sua buona fede.
Devi capire che per lei l unica cosa importante vedervi sani e in forma.
Ma se io sono anche grasso! mi ribellai tra le lacrime.
Lui allora mi squadr sconsolato senza replicare nulla.
Lindomani mattina mi svegliai al solito orario, avevo ancora male allo sterno, ma il ventre si era completamente sgonfiato.
Andai in bagno, mi lavai e mi vestii per andare a scuola.
Quando entrai in cucina per la colazione, per, trasalii.
Infatti, una flebo da tre litri campeggiava sul tavolo da pranzo.
Mia madre dalla sua camera da letto url: Matteo l hai vista?.
Mi si gel il sangue.
Oggi pomeriggio, dopo aver giocato a pallone e aver bevuto il brodo di pollo, sbrigati a tornare a casa e, prima di sentirti male, mettitela in vena.
Mi strill questa frase dun fiato, con voce da brava mammina apprensiva che si preoccupava per me.
Mai avrebbe ammesso lerrore del giorno prima.
Capii di odiarla.
Questa volta volevo davvero vendicarmi, farle uno sfregio, e cos uscii di casa con la precisa intenzione di attuare un piano: suicidarmi.
Volevo morire per farle dispetto, e mi sarei tolto la vita procurandomi unindigestione di hamburger e patatine fritte.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20.
|