il Juke-Box Letterario 2007
Juke-Box Letterario 2006
Juke-Box Letterario 2005
Juke-Box Letterario 2004
Juke-Box Letterario 2003
Juke-Box Letterario 2002
Recensisci i racconti
Invia il tuo racconto
Bando di concorso del 2004
Chi siamo
Contatti
News
Maria Elena Vitola
L'Assenza

genere mel

1 racconto da 10 fermate

Scarica l'audiofile

Prefazione
di Andrea G. Pinketts

Sar che il titolo mi evoca un altro titolo: Lassenza dellassenzio. Lo ha scritto il mio autore preferito e di riferimento un certo Andrea G. Pinketts.
Sar che Maria Elena ha il senso della frase (anche questo mi ricorda qualcosa). Sar che raccontare un lutto in pre-elaborazione pi intenso che raccontare un matrimonio. Se il matrimonio la tomba dellamore, il lutto la tromba dellamore. Suona. Suona forte anche se esegue il silenzio. qualcosa di privato costretto a confrontarsi con un pubblico.
Quando morto mio padre avevo sei anni. Mia madre per non infierire sul mio immaginario infantile ha evitato la parola morto, dicendomi che un uomo di cui uno spermatozoo ha fatto partorire uno scrittore, era partito per un lungo viaggio. La frase lunga. La vita breve. Il viaggio stato lunghissimo. Sono ancora qui ad aspettare che pap ritorni.
Sar che mi piacciono i film di zombie, sar comunque che Maria Elena filma il quotidiano aggredito dalla morte in modo straordinario. A volte meglio essere ordinario, ma disordinato nelle pulsioni. Sar che il vuoto sempre pieno di frasi che non abbiamo avuto il tempo di elaborare con la complicit del silenzio. Sar che il suono di una parola scritta rimbomba luttuosamente festosa come louverture di uno spettacolo circense del grande Barnum. Sar che se uno bravo anche brave, coraggioso. Coraggioso nellespandersi.
Sar che recentemente ho assistito alla sepoltura di Gino Pogliaghi, il pap di Pogo il Dritto, il mio migliore amico. Sar che non mi piaciuto per niente che lo mettessero sotto terra. Io lavrei piazzato pi in alto, su un grattacielo.
Sar che questo un racconto toccante anestetizzato dallincapacit di percezione della morte.
Sar che Maria Elena riuscita a trasformare una perdita in un dono.

Beh, ci scommetto le palle Maria Elena sar.

Qualcuno bussa alla porta. Chiss da quanto tempo l fuori.
Richiudo gli occhi e provo a ignorarlo.
Qualcuno bussa alla porta. Ancora. Chiss da quanto tempo l ad aspettare.
Mi agito, un pugno chiuso sugli occhi. caldo e molle. Riapro gli occhi a fatica.
Qualcuno continua a bussare alla mia porta.
Libero una gamba dalle coperte, pianto una mano sul cuscino proprio accanto alla mia faccia e con una mossa fluida ma poco sicura scavalco il corpo che, a bocca aperta e umida, dorme al mio fianco. Per capire chi ho tutto il tempo di un caff, ma qualcuno mi interrompe, bussando alla mia porta. Mi porto in bagno trascinando le gambe. Cerco di non far rumore sperando ancora che la persona dalle nocche ormai logore si arrenda, pensandomi assente. Per una volta Assente desiderata.
Bussa e bussa ancora, e io mi lavo la faccia. Il pavimento pieno di cenere e birra. Non vedo una bottiglia e la rovescio con un piede. Cado a terra anchio, rotolando sulla bottiglia come un elefante al circo. Lodore forte del liquido fa galleggiare anche i ricordi a getto della sera ormai mattina.
Bussano ancora. Sento borbottare. Sanno che ci sono. Mi avvio alla porta e spingo in basso la maniglia. Rumore di ghigliottina. chiusa a chiave.
Ma le chiavi dove sono?
Frugo con le mani negli antri del divano ma ne cavo solo tabacco e polvere. Frugo persino sotto al dormiente ma nulla, lui non si scompone ed io, con le serrande abbassate, riesco a vedere solo lo sfarfallio del polline e la fitta coltre di fumo giallo e nero.
Torno alla porta e mi vedo riflessa nello specchio. Aggiusto i capelli con un gesto automatico e abbassando lo sguardo trovo le chiavi.
Trionfo di chiavi nella cenere.
Finalmente apro.
Trovo la luce del giorno dolorosa. Punge i miei occhi che si chiudono ed indietreggiano nel volto, riparandosi dietro le palpebre arricciate. La donna di fronte a me piange lacrime dargento. La luce le fa dominare sul volto. Cade a terra e continua a piangere e chiamarmi.
Cosa ho fatto? CosՏ successo? DovՏ la madre che conoscevo? Chi questa donna piccola ed infelice, piegata su se stessa come una foglia che muore, grigia, ferita, con un polso stretto tra le mani e la testa persa fra le mie ginocchia? Questa donna con i miei stessi occhi, le mie mani. Questa donna cos piccola. Le accarezzo i capelli come faceva con me, le dico che andr tutto bene. Che mio padre le sar vicino sempre, quelluomo che lei non ha mai amato ma che lui amava tanto, e sempre. Che le sar vicina anchio, ogni tanto capiter in casa sua per cullarmi nel guizzo di gioia, di riconoscimento, della mia famiglia, nei suoi occhi.
Le porter esperienze sempre nuove e nuove lacrime, per poi andare via. Le racconter di me ricordandole lassenza. Intreccer le mie mani nel merletto del suo tavolo mangiando sempre troppo poco.
E intanto le chiudo la porta in faccia.
Ci vediamo pi tardi, ti aiuto io per i funerali.
Ho perso mio padre.
Mi rimetto nel letto e tento di non piangere.
Talvolta piangere pi difficile. Accumulo pianti inespressi come farebbe un avido con il suo denaro. Un giorno morir anchio senza averli fatti sentire, una cassaforte piena per un uomo morto.
Punto la testa sulla parete per rinfrescarla, ghiacciando i pensieri. Unaltra ora cos e sfonder il muro.
Lorenzo mi abbraccia e, scansando i capelli, mi d un bacio sul collo. Tenta di girarmi a s. Non sente il mio dolore.
Non sente nulla di me a parte il corpo. Fruga con i suoi baci la mia carne, mi morde la pancia, subito sotto lombelico, e sento sulla gamba la sua mano che mi stringe. Continua a baciarmi. Con gli occhi aperti e lenti lo guardo, sviscero il suo volto, guardo i cerchi della cartilagine nelle sue orecchie. Vorrei fosse notte, cos non potrei veder nulla. Le serrande, ancora abbassate, non lascerebbero neanche un raggio di sole libero di intrufolarsi curioso nella mia camera da letto rossa, sul mio letto disfatto e tormentato da me che sprofondo nel materasso morbido tra piume doca dei cuscini.
Se non ci fosse la luce sentirei quei gemiti damore per quello che sono, grida soffocate, attimi di dolore uniti, frantumazioni di due esseri distanti, diversi, sconosciuti.
Se non ci fosse la luce sentirei i suoi baci caldi come lame nel mio orgoglio, gli argini sopraffatti del mio vuoto.
I suoi morsi mi strapperebbero la carne che non ha pelle, non ha calore.
Lorenzo non sente il mio dolore, non sinteressa a quello che nascondo. Immagino il mondo intero tra noi. Se solo avesse voglia di me saprebbe quanto di me manca.
Chiudo gli occhi e una lacrima mi sfugge. Mio padre morto, dico piano. Non mi sente. Mio padre morto, ripeto. Annoiato si alza e va via.

Lo sguardo mi cade sui suoi piedi, per conservare questo ricordo nella mia mente. Domani avr cancellato ogni cosa, ma questo mi rester ripeto a me stessa. Nella mente non avr che il rumore dei suoi passi che mi lasciano ancora, i suoi passi che pesanti varcano la soglia della cucina fino al tappetino sintetico. Da l addio ai suoi passi, solo il mio male che continua a picchiare contro le pareti insonorizzate dei miei occhi. E poi odore di caff che gorgogliando viene fuori ancora stanco, lento. Lorenzo accende la tv. Rientra in camera e si siede sul letto, piegandosi per prendere i calzini neri sul pavimento. Ne infila uno: Non ti sarai mica innamorata di me?. E con le mani scuote il sonno dai capelli.
Mi verrebbe da dirgli che cos, che ormai troppo tardi, che sono innamorata dei suoi silenzi, perch fanno bene alle mie ossessioni, perch frenano le voci che urlano nella mia testa. E invece resto in silenzio, mi rigiro nel letto cercando la mia voce sotto le lenzuola. Non possiamo che farci del male insieme. Non sei fatta per amare qualcuno, lo sai. E io non ho intenzione di soffrire per i tuoi sbalzi di umore ed i tuoi giochi. Non ho tempo per queste cose.
Non gli rispondo neanche, forse meglio che vada via per sempre. Solo sospiro, e sento la porta dingresso richiudersi.
Mille me sfuggono dalla mia anima come il cristallo di un bicchiere che, infrangendosi al suolo, si disperde tutto intorno.
Suona la sveglia. Mai pi di un minuto. Mi alzo di nuovo dal letto e tiro su la persiana. Lennesimo sole di carta, un compasso e due colori spenti per disegnare il cielo. Resto ad osservarlo. un sole che non scalda. un sole che puoi guardare negli occhi senza che ti ferisca.
E ho questa ossessione che mi circola nella mente. Stamattina uscir due minuti prima del solito per scoprire se davvero sono io a decidere le mie azioni oppure tutto gi scritto. Due minuti prima del previsto, per scoprire se il mondo sempre uguale, se cՏ qualcosa per me che continuo a non scoprire risucchiata dallabitudine. Un fiocco nero tra i capelli e limpermeabile viola. Sono pronta.
Chiudo a chiave la porta dingresso alle mie spalle. Saluto la portinaia bianca e china e controllo la cassetta della posta. Vuota.
Cammino per strada facendomi investire dai rumori. Come una barbona di sentimenti vago tra emozioni senza meta. Chiss quando ho sognato di voler essere felice.
Con lo sguardo spazio tra il sole, in mezzo alle giostrine piene di bambini, piene di minuscoli piedi saltellanti e mani che, euforiche, battono dappertutto. Passo tra le altalene con la mia camminata dondolante e immagino di rincorrere il cielo. Un ultimo sguardo veloce ai bambini e richiudo il cancelletto. Oggi non andr a lavoro. Con le mani frugo in tasca cercando lagenda. Tredici marzo. Strappo via la pagina che accartocciata finisce in un cestino verde attaccato allalbero. Continuo a camminare cercando di non sprofondare nellasfalto. A volto nudo affronto gli sguardi dei passanti che non vanno mai oltre i piedi. Maledetta Milano, dovr comprare un paio di scarpe nuove per viverti.
E poi metropolitana. Confusione, rumore, voci, odori nauseanti, caldo. Cane che abbaia, residui di patatine a terra, un biglietto gi timbrato e calpestato, il vecchio con la fisarmonica che suona e balla, e sorride, passandoti accanto con il suo bicchiere da fast food, mani sui tubi metallici, porte che sbattono, sbuffi meccanici, passi che si incrociano. Belle scarpe pensa il tipo accanto a me, guardando una ragazza avvenente. Il mio sguardo vaga in cerca di particolari, piccoli dettagli inaspettati. Finch non trova tregua nel non volto di un uomo isolato nel suo mondo. Occhiali da sole sul viso, combatte contro la noia e le luci al neon. Mi colpisce per il suo modo di non guardare. come se, pur avendo lo sguardo altrove, fosse l solo per me ed io accetto il suo invito. Passo accanto a lui e faccio una smorfia. Perplesso mi chiama nel suo universo. Mi siedo accanto a lui. E le parole vengono fuori da sole, conseguenza necessaria di anni di muti discorsi.
Intrecciamo con le parole una tela di dolcezza che come insetti ci impiglia e ci lega. Chiss da quante vite cercavo il tuo sorriso. La tua bocca che perder, le tue labbra che mi faranno del male serrandosi. Accetto di amarti pur sapendo che finir, che cadremo anche noi in quelluniverso di silenzio, noia, convenzioni e finzione. Ma adesso non posso che prometterti solo gioia. Sar cos, sar meraviglioso. Saremo solo io e te.
Saremo solo noi nel nostro mondo, nella nostra citt che non esiste, una terra di mezzo del sentire, del sapere che nonostante il tempo passi nostro malgrado noi sapremo ignorarlo e sconfiggerlo, deridendolo ad ogni occasione. Correremo a piedi scalzi in un campo di meraviglia, generando pensieri e sorrisi che infiniti andranno a popolare le nostre menti. Saremo solo io e te tra le persone e le cose, dondolando tra la tristezza e la noia. Riempiendo lassenza con il pensiero del ritorno. Saremo solo io e te. E un sole di carta.

Se. Se solo tutto questo fosse vero. E invece ecco la mia fermata, il mio posto sicuro, la mia casa. Le finestre tappezzate di drappi, per nascondere il mondo fuori. Sempre la solita infantile idea di non poter essere visti da colui che non si vede. La madre che piange ed il padre che dorme. difficile ammettere che non sar pi cos. Eppure chiudo gli occhi ancora. Domani andr meglio dico a mia madre. Domani andr meglio ripeto a me stessa. Riapro gli occhi ignorando il suo sguardo implorante, e il dolore l che mi sfiora, il dolore mi culla e mi cancella ad ogni passo. Con mani pesanti mi strappa via il volto, scivola sul collo, mi piega la testa, mi costringe a guardare. E io vedo. Mia madre e il suo volto, curve tendenti inesorabilmente verso il basso che implorano la tregua, il corpo freddo di lui che non ha pi colore, quasi ha perso la sua forma, senza la parola. Mi accuccio sul suo letto accanto al suo corpo freddo. come se anche i miei battiti fossero cancellati nel suo nulla. La casa una processione di fiori, lacrime e mani, che ti accarezzano le spalle. Io resto l, lascio che gli altri passino accanto alla mia sofferenza nella consapevolezza che mai potranno entrare nel mio animo ora, vedere quanto resta. Resto accucciata su mio padre come farebbe un cane. Con i sentimenti sospesi quasi fossero aquiloni. Lo seguo cos nella sua bara ricoperta di fiori, in chiesa, trascinata dal carro del non voler sentire, vedere, toccare, incapace di rinunciare.

Lo seguo sulla terra ancora ghiacciata dellinverno che muore, sullerba nuova che schiaccio. E mia madre sempre l, che con la mano sposta un ciuffo di capelli dai miei occhi, che con quelle mani morbide che sanno di latte e carezze mi ruba le lacrime. Le palpebre si ricongiungono senza peso. Divento terra e divento vita sotto le sue dita. E lentamente rinasco albero.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
‹— Racconto precedente / Racconto successivo —›
HOME / IL JUKE-BOX LETTERARIO / INVIA E RECENSISCI I RACCONTI / FORUM / IL BANDO DI CONCORSO / CHI SIAMO / CONTATTI