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Tommaso Iori
Ancora una volta, sempre

genere storia di viaggi e di vita

1 racconto da 5 fermate

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Prefazione
di Davide Franzini

La storia di un perenne partire, la ripetizione quotidiana di un viaggio che si snoda lungo il microcosmo di monti e piccoli paesi che fanno corona a Trento.
Tommaso Iori, figlio di quella terra e di un padre operaio, racconta con cura quelle valli da secoli intrise di bellezza, povertˆ e duro lavoro.
Seguendo la scia di una corriera che esausta ripercorre sempre lo stesso viaggio, un io narrante, senza nome, ci accompagna lungo un viaggio lungo trentĠanni.
I ricordi affiorano dalla sua memoria come piccoli cortocircuiti capitati nel flusso del tempo.
Un viaggiatore senza nome molto distante dallĠepico Odisseo di Omero, vicino ai contadini e ai pastori cantati da Esiodo.
Le Òopere e i giorniÓ che Iori descrive con profonda sensibilitˆ narrativa tracciano un mirabile spaccato di vita quotidiana e il prezioso affresco di un nordest diverso da quello che i mass media propongono.
Questa  ancora, sempre la forza della letteratura che, apparentemente ÒinattualeÓ arriva al cuore della vita.

Si parte, ancora una volta, e solo Dio sa per quante volte ancora partir˜.
Si parte sempre allĠalba: devo farlo, non mi sono nemmeno mai domandato se sia giusto o meno. La prima volta che partii, mattina presto, era talmente freddo che anche allĠinterno della corriera dovetti tenere il bavero della giacca ben allacciato, la sciarpa alta sopra il naso, le mani in tasca nonostante i guanti di lana imbottiti. Non ero affatto felice, era una sensazione strana, che da tempo avevo provato ad immaginare: come sarebbe stato svegliarsi presto, salutare la mamma, salire sulla corriera. Stretto nel giaccone, sempre pi accartocciato su me stesso per non far sfuggire quel poĠ di caldo che emanavo nel gelo intorno; non riuscivo nemmeno a quantificare i soldi che avrei dato per tornare indietro, togliermi tutti quegli strati di stracci e ritornare nel letto, per svegliarmi non prima delle dieci col profumo della torta che la nonna preparava ogni mattina. Ne avrei dati talmente tanti da rimanere a secco per un mese. Ma nonostante tutto sapevo di doverlo fare: Gianni lo aveva fatto, e dopo di lui Romano, e tutti i miei pi cari amici. Non proprio tutti, ad essere sinceri, ma non stava a me predicare contro le disparitˆ del mondo. Io dovevo, anche se mamma aveva provato a convincermi del contrario, dovevo farlo e basta.
Ora mi sono scordato tutte le volte che sono salito su questa corriera, lĠautista  sempre quello, e ormai ci si dˆ pure del tu, in quelle poche occasioni in cui si ha voglia di parlare. Lo si vede chiaramente che nemmeno lui  tanto felice di abbandonare il letto a quellĠ ora, per tuffarsi ogni mattina nello stesso mondo che aveva lasciato la sera prima, al momento di addormentarsi. Le prime volte dopo qualche chilometro chiudevo gli occhi, e li riaprivo allĠarrivo: ma non era cambiato nulla, nŽ prima nŽ dopo, solo con gli occhi chiusi riuscivo a modificare la mia vita. Il resto era sempre quello. Larido, Cavrasto, S. Croce, a Ponte Arche la prima e unica sosta: dieci minuti per bere un caff dalla Grazia, a due passi dalla stazione. La Grazia  una bella donna: quando entrai nel bar la prima volta, pi di trentĠanni fa, rimasi qualche secondo sullĠuscio, imbambolato come uno scemo, fino a quando le urla del barista con uno strattone mi ributtarono sulla terra. ÒLa porta, bocia!Ó. Il barista ovviamente era il padre della Grazia, tutti lo conoscevano come Bepi Rosso, irascibile e comunista. Ma non ce nĠerano tanti di bar a Ponte Arche, e alla fine gli volevano tutti bene. Nei giorni in cui faceva credito, qualcuno arrivava ad amarlo. Dicevano che prendesse soldi dallĠUnione Sovietica, e allora gli dicevano: Òbolscevico, i  arrivadi i schei dei russiÓ, ogni volta che apriva un fiasco e lo metteva a disposizione. Io non ero mai entrato nel bar del Bepi Rosso: quelle poche volte che andavo a Ponte Arche era per accompagnare il papˆ in fiera, non pi di dieci volte allĠanno. E papˆ non entrava mai in un bar. Specialmente se lo sapeva gestito da un comunista. Faceva un giro veloce per il mercato, comprava quelle poche cose che alla bottega di Larido non trovava e tornavamo a casa. Questa volta la Grazia ha tenuto chiuso: non sta bene, mi hanno detto. Non si  mai voluta sposare, ed ora non ha nessuno: le serrande per un poĠ resteranno abbassate. Pensavo davvero di essere innamorato di lei, al tempo: avevo ventĠanni e il Bepi Rosso ci aveva lasciato uscire assieme. Non era stato semplice, ma non per causa sua: era stata colpa mia, povero ignorante di paese, ancora convinto che bisognasse chiedere al padre il permesso di uscire con la figlia. Era il 1970, due anni di contestazione studentesca e di ripresa delle lotte operaie al Bleggio non si erano fatti sentire un granchŽ, nessuna rivoluzione sessuale, nessuna trasformazione sociale. Disoccupazione, povertˆ, e costumi un poĠ arretrati, per quanto mi riguardava. Il Bepi si era messo a ridere, ed era forse la prima volta che vedevo farlo. Non aveva detto niente, aveva chiamato la Grazia e se nĠera andato dopo che lei si era piazzata di fronte a me: non ero mai stato tanto imbarazzato in vita mia, avrei voluto dissolvermi come una bolla di sapone nellĠaria stantia del bar, scivolare via da quello sguardo come le gocce di sudore che solcavano la mia fronte, gi fino al collo, zigzagando fra i brufoli e i pochi peli di una barba tardiva. Se non avesse sorriso sarei morto nel giro di pochi secondi, ma non le cost˜ molta fatica dirmi che ci saremmo potuti vedere il primo sabato, l“ al bar. Fu molto pi difficile convincere il papˆ a lasciarmi la lambretta per lĠintero pomeriggio, e spiegare alla mamma che a ventĠanni non era poi cos“ strano uscire con una ragazza. Mentii sul nome, va bene tutto ma la figlia del Bepi Rosso proprio non lĠavrebbero accettata.
Dieci minuti, dicevo, oggi meno perchŽ con la Grazia che tiene chiuso non ha senso nemmeno fermarsi, lo pensano tutti in corriera. E allora si riparte, per la strada che pur essendo nuova  rimasta tortuosa come una biscia impazzita. Gli autisti di questa tratta sono sempre stati i miei beniamini: abili come gli Stewart e i Lauda dei tempi dĠoro, hanno sempre guidato senza danni quei mezzi disastrati lungo strade che ancora oggi ho paura ad affrontare in macchina. Le uniche volte che vidi incidenti furono causati dagli automobilisti che arrivavano in senso contrario, mai prudenti come i nostri autisti. Ora le cose stanno un poĠ cambiando,  subentrata una nuova generazione, sembrano meno professionali, pi spavaldi: senza dubbio  lĠetˆ. Ma non nego che il modo diverso di intendere il mestiere lo noto chiaramente: questi nuovi entrati potrebbero trasportare indifferentemente capre, impianti hi-fi o uomini in carne ed ossa, e non si accorgerebbero di nulla, tale  la loro solitaria indifferenza. Non gliene faccio una colpa, chiaro,  il mondo ad essere cambiato, e noi con esso. Mi stupirebbe il contrario, ma poco importa. Quello che conta  arrivare ogni volta dove si deve andare, che lĠautista sprigioni o meno umanitˆ non  pi tanto importante. AnchĠio sono cambiato, col mondo e tutto il resto. Anche la strada  cambiata, ora  pi breve e veloce, fora la montagna per chilometri e sbuca rapida in cima ai tornanti, che invece sono sempre quelli e ogni volta mi fanno penare. Uno, due, tre, ogni tornante un conato di vomito. Per otto volte sento lo stomaco contorcersi e invocare vendetta. Ho un odio viscerale nei confronti dei tornanti: anche la curva pi netta, anche la discesa pi ripida non mi gettano nella stessa condizione di disagio fisico che mi provoca uno solo di quei dannati tornanti. Da sempre e non mi spiego perchŽ forano per chilometri monti su monti e non riescono a trovare un modo per raddrizzare i tornanti. Un bel viadotto che sovrasta tutto il Limar˜, gi fino alle Sarche e non ne se ne parla pi. Poi in realtˆ non ne sarei tanto contento, anzi mi farebbe pure un poĠ incazzare. Ma trattenere il vomito per otto infiniti tornanti ti blocca il sangue al cervello e ti fa perdere la ragione. Quando scendevo con la Kawasaki era tutta unĠaltra cosa, i tornanti me li mangiavo come bagigi, trentacinque anni, pochi soldi e quel pugno di risparmi investiti nella moto. Il termine investimento non piacque a Claudia, che voleva sposarmi e odiava le moto. Odiava anche gli uomini con le mani bucate, e mi odi˜ al punto di far saltare tutto a preparativi avviati. Non trovai nulla di meglio da fare che prendere la Kawasaki e andare a Trento a dilaniare quel che rimaneva del mio orgoglio in birra e spogliarelli da mille lire, guardando e basta perchŽ nemmeno un ettolitro di alcol nel sangue avrebbe sciolto la vergogna che mi congelava le articolazioni e che mi macer˜ nel pentimento per mesi. Vergogna per aver lasciato scappare la donna che amavo. Vergogna per essermi rifugiato nelle miserie altrui per sfuggire alle mie.
La strada alle Sarche si adagia nella valle, tra i laghi e qualche vigna: sono riuscite a conquistarsi un poĠ di spazio, tra i castelli dei signori che hanno sempre sfruttato la loro robustezza e la fatica degli abitanti del posto. Anche ora la maggior parte dei poderi appartiene a grandi aziende vinicole, o alla Curia, e con entrambe in Trentino  necessario fare i conti, se nasci contadino in un piccolo paese. La corriera sembra accarezzare la costa dei laghi, poi li taglia e ne interrompe lĠestensione. Nelle belle giornate scelgo sempre il lato destro della corriera, cos“ posso godere quel passaggio sul lago di Toblino, col sole che ravviva lo specchio dĠacqua, il Bondone che si riflette gagliardo e il castello che sembra sempre voler parlare di sŽ. Se parto in una giornata piovosa, o se la nebbia giˆ al Bleggio inghiotte il paesaggio, cerco di prendere un posto sulla sinistra, e leggo un libro, o il giornale del giorno prima, o chiudo gli occhi e penso ad altro. A volte riesco anche ad addormentarmi, diversamente da qualche anno fa: a volte addirittura mi sembra di proseguire i sogni di una notte interrotta troppo bruscamente. Tutti sostengono che pi si va avanti con gli anni pi il sonno si fa difficile: un anziano in paese diceva che il buon Dio ci avvertiva che il tempo stava per scadere, e sprecarlo a dormire non valeva la pena. Era meglio sfruttarlo al bar, da mattina a sera, con pi bianchi in corpo che parole dette agli amici. A me sta succedendo il contrario, pi invecchio pi il letto mi trattiene a sŽ: ammetto che mi sembra pi ragionevole, per quanto antiscientifico, e dĠaltronde a cinquantĠanni passati ho diritto alla stanchezza. Stanco non lo sono mai stato, nŽ pigro, svogliato s“ ma nemmeno troppo: in quel lago avevo dato centinaia di volte prova di esuberanza. Alcune gare di nuoto etilico in notturna sarebbero potute finire in tragedia, non fosse stato per gli interventi provvidenziali delle sane ragazze giudicariesi che sempre accompagnavano le nostre scorribande. Ricordo in ogni dettaglio la notte in cui, dopo il matrimonio del Giacomo, finimmo per catapultarci in acqua, ubriachi da non reggersi in piedi, con una sfida accettata da tutti: o lĠaltra riva, o lĠinfamia sulla prole. Sono passati appena quindici anni, Giacomo era lĠultimo del gruppo ad accasarsi e la festa ci sembrava potesse essere il nostro definitivo addio, quasi un passaggio allĠetˆ adulta, la fine di piaceri e svaghi, sacrificati sullĠaltare della stabilitˆ matrimoniale. Ricordo di aver letto da qualche parte che lĠinvecchiamento  il restringimento del campo del possibile. Noi ne eravamo inconsciamente convinti, al punto da mettere in gioco tutti noi stessi nellĠultimo appuntamento che pensavamo ci potesse essere concesso dalla gioia. Giacomo pass˜ la notte e i successivi tre giorni in rianimazione, a riemergere dagli abissi di quelle stronzate. E grazie a sua moglie ha avuto la possibilitˆ di ricredersi, o meglio, grazie al corso per infermieri che i sacrifici del padre le avevano permesso di seguire dopo il diploma in ragioneria. Ora  felice, lĠultima volta che ci siamo visti mi ha elencato una serie di progetti da fare invidia a un ventenne, esempio vivente dellĠinutilitˆ delle mie letture. Sprofondato sul divano di casa, due marmocchi ad impedire ogni nostro abbozzo di discorso, la moglie che da avvenente infermiera si  trasformata in una fiacca casalinga, un figlio preadolescente fanatico di computer e gothic metal, insomma circondato da tutto ci˜ che ai pi rende la vita un inesorabile calvario, Giacomo sfodera unĠincredibile voglia di vivere. Incomprensibile, agli occhi di uno che era fuggito da queste immagini appena le aveva intraviste. La sua vita  un esplicito atto dĠaccusa nei miei confronti: marito di una moglie sola, padre di un figlio abbandonato quando per me significava soltanto un accenno di pancia sul ventre splendido della donna che amavo e dalla quale fuggii. LĠultimo dovere che evasi, per paura di perdere ci˜ che in realtˆ non avevo e che ero sul punto di conquistare.
La corriera continua ad andare, i laghi ormai alle spalle, dentro e fuori per i tanti piccoli paesi della valle, passaggi indispensabili per raccogliere una manciata di pendolari, lavoratori e studenti gravitanti sul capoluogo, e per allungare allĠinfinito un tragitto giˆ eterno.  singolare osservare gli sforzi che lĠautista compie per districarsi nei paesi costruiti a misura di carro, e le facce curiose degli anziani in piazza e ogni giorno, da almeno trentĠanni, stupiti nel vedere corrompere la loro quiete da spaventevoli mezzi motorizzati. ÒNa volta Ôste robe ÉÓ, una volta queste cose non cĠerano di certo, ma si pativa la fame per un inverno pi freddo della norma, o per gli interessi da versare al credito locale: ai figli la quinta elementare in paese, lĠavviamento per qualcuno, la scuola per pochi, i pi a lavorare. Non  cambiato poi molto, ma ora i ragazzi delle valli hanno giubbotti di piuma e scarpe argentate, e le ragazze miriadi di orecchini e capelli dal verde al viola. I padri sono stanchi la sera, come una volta, e si lamentano per le scarpe del figlio e i capelli della figlia. Le madri talvolta credono che in cittˆ ci si emancipi con una tinta, mentre le figlie spesso vogliono solo sperimentare le tecniche che insegnano allĠistituto professionale per parrucchieri. Vedo tutti, figli e figlie, padri e madri su questa corriera, salire insieme: i primi sperando di non salirvi mai pi, i secondi perchŽ la speranza dei primi possa essere esaudita. Mandarli a scuola costa, sempre di pi, ma servirˆ a sistemarli, un bella casa, un buon lavoro e la macchina nuova, alla faccia di questa corriera maledetta. Che pur ci ha dato tanto.
Trento comincia a vedersi appena fuori dal Bus de Vela, un imbuto di roccia che sembra comprimere a pressione tutto il traffico per poi spararlo sul viadotto che immette in tangenziale: in stazione la fermata  dĠobbligo, devono scendere i ragazzi che corrono a scuola, o almeno cos“ farfugliano con la sigaretta giˆ in bocca, ancora prima di scendere pronti sullĠattenti al feticcio della nicotina. Una buona parte a scuola non ci andrˆ, troppo intenso il richiamo del bar e del tavolo da biliardo, non si sa mai che si trova pure qualcuna con cui provarci, e magari con fidanzato appresso, che scatenare una rissa cambierˆ il volto della mattinata. Non succede mai niente del genere, bisogna ammetterlo, ma il solo pensiero aiuta questi marinai perduti a non sentirsi troppo vuoti, in una cittˆ che sembra solo ospitarli.
Per me la corriera prosegue ancora, direzione nord, zona industriale, mucchi di capannoni pieni di formiche stanche e silenziose, che anche se parli forte il rumore dei macchinari  pi forte ancora. Ultima fermata, il piazzale della fabbrica, davanti ai cancelli dove si affiancano i carri bestiame che solcano tutti i giorni ogni valle del Trentino: il viaggio  finito, ne inizia un altro di otto ore, poi di nuovo un altro per tornare a casa. Sono in viaggio dodici ore al giorno: non mi lamento, ma ogni mattina, quando mi sveglio, non riesco a essere felice di partire, ancora una volta, sempre.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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