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Giorgio Maestroni
All'improvviso il cielo

genere azzurro
Premio Speciale Città di Milano

2 racconti da 3+7 fermate

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Prefazione

di Giovanni Terzi, Assessore Sport e Tempo Libero Comune di Milano

Sono soddisfatto di presentare ed aprire questo libricino che raccoglie i due racconti  giunti ex equo a meritarsi il “Premio Speciale Città di Milano”: “All’improvviso il cielo”, di Giorgio Maestroni e “L’uomo perfetto”, di Pamela Dell’Orto. Si tratta di due storie diverse, ma che in qualche modo lasciano intravedere luoghi, persone e vite della nostra città, sguardi differenti sulla stessa Milano. Il cielo di Milano e la sua vita frenetica consumata tra le strade, letta attraverso i fatti di cronaca e gli occhi curiosi di una giornalista. 
Il premio è dedicato alla Città, prima che ai suoi scrittori. Milano è fonte di ispirazione per tutti coloro che ci abitano e hanno la passione per la scrittura: per i giovani, innanzitutto. Loro, più degli altri, hanno ogni possibilità e risorsa per cambiare, in meglio, la nostra Milano, e renderla più creativa, colorata ed accogliente. Attraverso la loro penna scopriamo una città fredda all’apparenza, ma generosa con chi ci vive e ci lavora quotidianamente, una città che non si scopre molto, ma che all’occorrenza esprime tutta la sua voglia di fare festa e di divertirsi. Da una stazione all’altra della metropolitana, mentre il lavoratore, lo studente, il pensionato, la mamma con il bambino attraversano Milano, questi piccoli racconti ci faranno compagnia, ricordandoci il piacere della lettura, seppur breve, tra una fermata del metrò e l’arrivo in ufficio.
Ai giovani consegno il “Premio Speciale Città di Milano” con l’augurio che la scrittura possa essere un veicolo per rendere più belle le cose, le persone, i luoghi e, a volte, anche le città.

A Milano il cielo non esiste quasi. Quel poco che rimane resta inscatolato tra i suoi palazzoni, rintanato dietro gli angoli, chiuso tra scampoli di cemento armato, intrappolato nelle pozzanghere, nei riflessi delle vetrine dei negozi o nelle carrozzerie delle auto scure.
Si potrebbe dire che non serva a nulla. Al punto che mi sono convinto che in inverno lo stacchino e lo mettano via, nascosto chissà dove sottoterra, e che quello che rimane sospeso sopra le nostre teste sia un’altra cosa: una specie di grigiume adimensionale e monotonico, una velina spenta e oleosa dall’odore di asfalto bagnato e di scappamento.
Un po’ come quando togli un poster e rimane la parete vuota: resta una cosa piatta, insulsa, che non vale la pena.
Una tortura visiva di niente.
E non è certo questione di stagioni. È inutile sperare.
L’estate sa essere ancora più crudele: si espande nell’aria con tanta di quell’umidità da sovrastarci plumbea e opaca nonostante il sole, con quel colore asfittico che fa stropicciare gli occhi e mancare il respiro.
E non c’è albero o edificio o volo di uccelli o di aeroplani che riesca in qualche modo a riempirlo. Ci tocca di tenercelo così.
Il cielo vuoto.
Assorbito dal traffico e dal rumore.
Condensato nelle sgasate ansiolitiche ai semafori.
Dimenticato nell’asfalto dagli sguardi bassi.
Incollato tra i passi affrettati e i discorsi spezzati.
Raschiato nei colpi di tosse dei passanti.
Poi arrivano giornate come questa, i primi giorni di primavera, dove, all’improvviso, ecco che rimettono il cielo dove dovrebbe stare.
Tac... Tac.
Due puntine ed è fatta.
E il bello è che non ti avvisano mai, capita d’improvviso e per caso.
Si alza la testa per un attimo, si gira frettolosamente un angolo…
Ed eccolo lì.
Il cielo.
Ed è allora che è un vero spettacolo (qui da noi molto di più, perché è raro): il sole picchia sui dettagli delle cose, poche volte arriva così diretto; lo smog sembra essersi dimenticato di esistere, evaporato chissà dove o rotolato giù per le scale della metropolitana; il vento (che a Milano non sappiamo in pratica cosa sia) spazza via tutto al punto che in qualche feritoia ai piani più alti si vedono le montagne…
Il cielo ritorna a essere cielo: acquista la sua spazialità, la sua tridimensionalità, uno spessore, un’altezza, un colore. Quell’azzurro così irreale da cambiarti la giornata con un’occhiata.
Diventa una cosa grande, che puoi guardare e fare tua coi guizzi dei passeri intuiti solo con la coda dell’occhio, con le lente scie rombanti dei decolli di Linate, con lo spettacolo delle nuvole (cirri, cumuli, nembi, strati… ricordi scolastici a cui non sai più associare le fisionomie).
Guardarsi in giro e aver finalmente ritrovato un orientamento celeste che mancava, grato che te l’abbiano riappeso sulla testa.
Farsi assalire dall’insolita allegria di progetti balzani come quello di prendere la macchina e di correre il più diritto possibile fino a una montagna scelta a caso tra quelle che si vedono all’orizzonte.
Spargere i propri pensieri in uno spazio che sappiamo sarà difficile ritrovare tanto presto, riempirsene gli occhi anche per tutto il tempo che mancherà di nuovo.
E gli altri?
Sembrano non farci troppo caso. C’è qualche cane in più a spasso, questo sì. Qualcuno che risale le scale della metrò con un libretto in mano guardando stranamente in alto…
ma per il resto gli sguardi rimangono bassi, l’agitazione è sempre la solita, i sorrisi rimangono inchiodati in profondità.
Ehi voi! Il cielo!
Niente da fare.
A star sempre con quel grigio sulla testa forse vedono tutto in bianco e nero, ormai.

Pamela Dell'orto
L'uomo perfetto

genere giallo
Premio Speciale Città di Milano

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Regola numero uno: non baciarlo mai alla prima uscita. E se proprio non riesci a farne a meno, non dilungarti troppo: lascialo con il desiderio di rivederti domani. 
Regola numero due: non andarci a letto la prima sera. E nemmeno la seconda. Evita di arrivare al momento imbarazzante in cui ti chiede di salire da lui o da te. Fallo aspettare per almeno per sette, otto, giorni. Lui ti deve desiderare da morire.
Regola numero tre: il giorno dopo non chiamarlo per nessun motivo. Deve essere lui a chiamarti.
Regola numero quattro: non accettare un invito a cena via sms. Se vuole uscire con te, alzi la cornetta.
Regola numero cinque: quando ti chiama non accettare subito un suo invito a cena. Tu sei bella e superdesiderata: fallo aspettare (e sbavare, di conseguenza), a costo di passare la serata a casa davanti alla tv.
Regola numero cinque, rettifica: se l’invito è formulato bene e in modo originale, accettalo pure subito, bisogna premiare l’impegno e gli slanci di fantasia.
Regola numero sei: ricordati che lui non è il tuo strizzacervelli. Ricordati anche che non è una tua amica, quindi evita di vuotare il sacco sul tuo passato dopo il secondo bicchiere.
Regola numero sei, postilla: se è lui a vuotare il sacco e se ti dice “Ti amo” già al secondo incontro mollalo, è uno sfigato e non vede una donna con la “d” maiuscola da anni. Oppure è uno squilibrato, il che è peggio.
Regola numero sette: non ubriacarti mai almeno fino a quando non sei sicura di essere diventata la sua fidanzata.
Regola numero otto: sorridi sempre e sii dolce: se ti fa incazzare fai finta di niente almeno fino a quando non sei sicura di essere diventata la sua fidanzata.
Regola numero nove: se non paga il conto già dopo le prime cene mollalo.
Regola numero dieci: se si presenta con calzino bianco, scarpa carving, o camicia a tre bottoni non baciarlo assolutamente.
Regola numero dieci, rettifica: per il calzino bianco puoi chiudere un occhio, ma solo se abbinato a una scarpa da tennis, meglio se lui è straniero.

Il decalogo, liberamente tratto dal Libro delle Regole che impazza da anni negli Usa,  e aggiornato da Angela e Roberta, le tue più care amiche nonché le due Massime Esperte di Storie d’Amore, è appiccicato sul muro di fianco alla tua scrivania. Sono le tre del pomeriggio e tu sei in redazione, seduta davanti al pc. La tivù della Cronaca è sintonizzata su Raidue. Il presentatore-giornalista sta interpellando lo psichiatra dal maglione sgargiante sul “Giallo di Milano, che ha scosso l’opinione pubblica nell’ultimo mese”. Negli ultimi tempi, stampa e televisione non parlano d’altro se non delle cinque ragazze trovate “sgozzate in un lago di sangue” nei loro appartamenti in pieno centro a Milano. Cinque giovani donne in altrettante settimane. Roba da brividi, pensi mentre dai una rapida occhiata alle agenzie sullo schermo piatto del computer. L’Ansa delle 14.56 comunica secca che “le indagini sul giallo di Milano sono a buon punto. Gli inquirenti hanno comunicato che sono vicini a una svolta e che l’identità dell’assassino potrebbe essere rivelata già nelle prossime ore”. Dalla tele escono le stesse parole lette in diretta dal presentatore-giornalista, e immediatamente si apre il collegamento telefonico con il cronista del Corriere che sta seguendo la vicenda, poi il tuo telefono inizia a squillare. È Giacomo che ti dice che è ancora fuori città per lavoro ma che dovrebbe riuscire a passare a prenderti più tardi per portarti a cena. Anche se muori dalla voglia di vederlo, dai un’occhiata alle Regole e gli dici “purtroppo stasera ho una cena fissata da settimane. Ci vediamo domani?”. Lui ti risponde “certo, no problem, peccato però, per stasera avevo un programmino che ti avrebbe lasciata senza fiato”. Poi riattacchi e pensi che queste benedette regole ti stanno stressando ma che devi tenere duro perché questa volta stanno dando i loro frutti. Insomma, lo hai promesso a te stessa e alle tue Amiche: rispettare il decalogo per almeno un anno. Lo hai fatto una sera dopo l’ennesima batosta con l’ennesimo bastardo-ben-mascherato-da-ragazzo-sensibile-e-carino. E dopo aver messo in discussione tutta la tua vita vuotando il sacco vergognosamente su una quantità inverosimile di umiliazioni subite dai diciotto anni in poi – compresa quella volta che dopo aver baciato un tizio per ore, e dopo aver rifiutato il suo invito in camera, ti ha detto che la parte inferiore del tuo corpo tendeva pericolosamente all’obesità e tu non hai toccato cibo per tre giorni.
Fino a una settimana fa il decalogo ti stava stretto. Fino a una settimana fa non eri mai riuscita a rispettarlo del tutto. Anzi. Negli ultimi sei mesi passati sotto la tutela delle Regole, prima di conoscere Giacomo (otto giorni fa, a un vernissage), sei uscita con Filippo l’architetto, ad esempio: lo hai baciato subito dopo una cena ad alto tasso alcolico durante la quale hai la sensazione di aver raccontato un sacco di cose su di te e sul tuo passato. Poi sei finita a casa sua. La mattina dopo lui è uscito prestissimo, tu ti sei alzata alle dieci, hai fatto colazione al bar vestita da sera e – la cosa in assoluto più grave – l’hai chiamato tu. Lui non ha risposto, non ti ha mai richiamata e la sera sei finita con le tue Amiche in una pasticceria barocca ad abbuffarti di dolci al cioccolato. Ora è diverso.
Questa prima settimana con Giacomo si è svolta come da copione. La prima sera, durante la cena (da Nobu) ti ha stregata: era un mix di gentilezza e mistero, voleva conoscere tutto di te (tutto ma non tutto), ti ascoltava e ti sorrideva, ti raccontava storie interessanti senza assillarti con i soliti aneddoti da uomo-so-tutto-io. Insomma al centro dell’attenzione c’eri tu, lui era lì per te, e la cosa bella è che non era per niente noioso: era brillante, simpatico, intelligente. La mattina dopo ti ha chiamata lui (ti ha svegliata alle nove ed è stato tanto dolce da cancellare in un nanosecondo l’incazzatura per il sogno interrotto). L’invito alla seconda cena è arrivato per iscritto, su un bigliettino allegato a un mazzo di rose bianche recapitato nel tuo ufficio il pomeriggio (e tu, seguendo la regola numero cinque, hai risposto solo la sera dicendo che forse potevi, poi però lo hai richiamato dicendo che ti eri liberata). Dopo una cena a lume di candela in un ristorantino defilato con cinque tavoli – tutte le cene, gli aperitivi, i dopocena, nemmeno a dirlo, offerti da lui – la seconda sera vi siete baciati sotto casa tua. Lui non ti ha chiesto di salire. Ti ha messo una mano fra i capelli e ti ha salutata con un altro bacio. Fino a ora nessuna proposta indecente, nessuna allusione pesante, insomma un vero gentleman.
Alla tele continuano a parlare del Giallo di Milano, tu sei troppo distratta per seguire la vicenda in tutte le sue sfaccettature, ma la voce del criminologo grasso collegato dagli studi di Roma fa interrompere il flusso dei tuoi pensieri: “…siamo di fronte a un uomo giovane, ben educato, che appartiene a una fascia sociale medio-alta, e che sceglie le vittime in base a canoni estetico-sociali ben definiti. Erano tutte belle ragazze, con un lavoro stabile e ben retribuito, una bella casa, e una vita sociale intensa. Non mi stupirei se dietro ai cinque massacri ci fosse un libero professionista, un dirigente d’azienda benestante, fra i trenta e i quarant’anni, un uomo che conduce una vita apparentemente normale. Un uomo di successo”.
“Un uomo giovane e di successo non va in giro ad ammazzare la gente”. Ora sei al telefono con la tua amica Roberta, che ti chiama tutti i giorni a quest’ora. “Mica siamo in un libro di Bret Easton Ellis. Certo poi se pensi a quell’avvocato rampante con cui sei uscita un paio di volte. Te lo ricordi?”. Quando Roberta ti parla in questo modo, con quell’aria da donna vissuta, la detesti. Certo che te lo ricordi l’avvocato, Giulio, si chiamava. La seconda (e ultima) sera che l’hai visto, siete passati davanti a un barbone, lui gli ha buttato una moneta da un euro nel piattino e poi gli ha tirato un calcio nel fianco. “L’altra sera Giacomo ha lasciato dieci euro a un punkabbestia. Lui è buono” dici a Roberta mentre alla tele passa un servizio sui serial killer italiani degli ultimi dieci anni. “Speriamo bene, intanto mi sembra che il ragazzo si stia applicando…” ti risponde lei. Intanto tu vedi la faccia di Donato Bilancia e quelle delle sue vittime scorrere sul video, una faccia da maniaco, un disadattato, un uomo emarginato dalla società, pensi. “Altro che uomo di successo” sussurri rivolta alla cornetta, “magari un artista con turbe psichiche come Aldo lo scultore”. Ci sei uscita per un paio di mesi nel buio periodo pre-Regole. “Ma chi, il merda? Quello era un pazzo, mandava tutti affanculo, era sempre lì lì per menare qualcuno, e ha picchiato anche te una volta, e meno male che l’hai mollato quello stronzo. Se non lo mollavi io e Angela lo avremmo pestato a sangue. Scusa ma ora ti saluto, stanno suonando alla porta” dice Roberta mentre fai scorrere le agenzie sullo schermo piatto del tuo computer.
All’improvviso ti piomba in testa un’immagine: tu e Giacomo di spalle davanti all’altare di una chiesa. È quello giusto, ti suggerisce la stessa vocina che ti aveva caldamente consigliato di mollare Aldo lo scultore quando aveva alzato le mani. Giacomo ti rispetta davvero, è serio, ha la testa sulle spalle, continua a ripeterti come un mantra la solita vocina, non come quell’attore superfigo ma idiota che una volta ti ha fatto salire da lui con la scusa dell’intervista e prima che tu te ne andassi ti ha chiesto se potevi fare una cosa per lui. Tu hai detto “beh credo di sì”, e lui ha infilato una mano dentro i tuoi jeans e ti ha chiesto di depilarti alla brasiliana. Giacomo no, non è un attoruncolo da strapazzo. È un ragazzo intelligente e alla mano. E dire che è un dirigente della UNA. Un pezzo grosso, uno che si mette abiti di grisaglia fatti dal sarto e Church nere sempre lucidissime. Non è uno stronzo, però. È sensibile, e questo lo hai capito subito, fin dal primo appuntamento. Perché quando siete passati davanti a un’immagine di bambini denutriti del Biafra lui si è commosso, glielo hai letto in faccia. Perché è stato mezz’ora a dare consigli al cameriere del ristorante che è pieno di casini fino al collo. Insomma è carino, non è snob e ha un cuore. Lo senti. E poi è un gentiluomo perché quando gli hai detto di avere freddo, si è tolto il cappotto e te lo ha messo sulle spalle. È normale, certo, ma di questi tempi non è detto. Prendi Roberto il consulente (non hai mai capito bene di cosa): se gli dicevi “sono congelata”, ti rispondeva che “il freddo è uno stato della mente”. C’è da dire che con il suo fisico Giacomo se lo può permettere. Uno come Marco il regista non avrebbe mai potuto farlo. Quando l’hai conosciuto era superpompato, ma dopo una settimana che stavate insieme era calato come diceva lui perché aveva mangiato troppi carboidrati – colpa tua – e aveva saltato l’allenamento in palestra – ancora colpa tua.
Quando il tuo capo spalanca la porta della tua stanza senza bussare, ti viene un colpo, persa com’eri nei meandri delle associazioni mentali che legano fra di loro degli uomini che nella realtà non hanno nulla in comune (a parte il fatto di essere tuoi ex). Il tuo capo - sulla quarantina, di successo, con una sfilza di fidanzate belle e ricche nel curriculum, praticamente la fotocopia di quello che secondo il grasso criminologo può essere il serial killer - ti passa una serie di informazioni ma tu ne capti solo una parte: “… quindi chiama immediatamente Ciso e digli di andare subito in questura. Danno una conferenza stampa, il giallo è risolto, insomma l’hanno beccato, il bastardo”. Il capo esce e tu prendi il telefono in preda a un panico improvviso: “Vai alla conferenza stampa in questura” dici a Ciso, “inizia praticamente subito, hanno il nome del maniaco”. “Stavo cercando di chiamarvi” gracchia Ciso, “l’ho saputo adesso, mi hanno passato la soffiata i carabinieri”. “Chi è?”. Urli dalla tua scrivania con un occhio sulle agenzie e l’altro sullo schermo della tivù. “Un dirigente della UNA, un tizio tutto d’un pezzo… Cosa che non si può dire delle sue fidanzate dopo che le ha fatte… a pezzi ahah…!”. “Idiota, come si chiama” lo interrompi. “Ehm, aspetta, ha un nome normale”. Un brivido ghiacciato ti attraversa la schiena, hai un giramento di testa talmente violento che ti viene la nausea. “Come si chiama?”.
“Stai gridando come una pazza isterica”. È il tuo capo che è rientrato nella tua stanza. Sta parlando al cellulare con qualcuno e sta scrivendo qualcosa su un foglio che ti sventola sotto il naso. “Vieni immediatamente da me, devi andare a intervistare i vicini di casa” ti ordina, mentre guardi il foglietto e leggi: “Via Cerva 25”. È lui, ti dici, e lo dici anche a Ciso, che è ancora al telefono. Glielo sussurri: “Si chiama Giacomo Rossi…”. Ciso che sta parlando con qualcuno dall’altra parte, urla, come se avesse fatto bingo: “Ecco, giusto, proprio Giacomo Rossi. Nome del cazzo, no?”. Gli sbatti il telefono in faccia, ti alzi di scatto, esci dalla stanza, e prima di infilarti in quella del capo ti fiondi in bagno. Vomiti tutto quello che hai mangiato ed esci, senza nemmeno guardarti allo specchio. Ti presenti dal capo con il cuore in gola: “Lo conoscevo, cioè lo conosco quel bastardo di merda, e magari voleva uccidere anche me. L’ho sentito mezz’ora fa, dovevamo vederci stasera…”.
Dieci minuti dopo sei in piedi di fronte al direttore, che ti guarda da dietro la scrivania comodamente seduto sulla sua poltrona in pelle nera. Gli hai appena raccontato – omettendo i particolari più intimi – la tua ultima settimana di vita, in un misto crescente di vergogna, paura, umiliazione, disprezzo e disperazione. Non riesci a credere a quello che è successo nell’ultimo quarto d’ora. Non riesci a realizzare che il maniaco sia proprio lui, quello che fino a quindici minuti fa era l’Uomo Perfetto. Che lui abbia ucciso cinque donne, che tu potevi – o dovevi – essere la sesta (oddio, ma era per stasera, il programmino che ti doveva lasciare senza fiato), ma soprattutto non ti capaciti del fatto che sia capitato tutto a te. In realtà però le cose che ti fanno incazzare di più sono due: l’aver seguito quelle stramaledette regole – appena puoi le bruci – e l’essere stata tradita dalla tua vocina. Non ti sei mai sentita tanto indifesa e vulnerabile come adesso. Raccontare così la tua vita privata a un uomo che fino a oggi conosceva a malapena il tuo nome, poi. Ora, mentre ti fissa, il direttore non cerca nemmeno di mascherare il suo divertimento e la sua soddisfazione per quello che reputa essere un’esclusiva, con un’espressione di finta partecipazione al tuo dramma personale. “Lascia stare i vicini di casa, ci mando qualcun altro. Ti diamo la prima pagina, cara: La testimonianza. Vi racconto la mia storia con il serial killer-gentiluomo” fa un gesto con la mano, come per indicare un bel titolone da scoop. “Ah, mi raccomando: voglio un pezzo scritto in punta di penna”.

Mentre stai uscendo dall’ufficio del direttore - molto scossa e con un gran peso sullo stomaco -, ti cade l’occhio su un altro televisore acceso a tutto volume. Un militare sta spiegando che: “...l’uomo ha confessato di aver già programmato il sesto omicidio, che era fissato per questa sera. È grazie al duro lavoro di carabinieri e questura se siamo dunque riusciti a salvare almeno una vita…”. Idiota, pensi, la tua vita te l’eri già salvata da sola, e poi guarda caso proprio grazie allo stramaledetto decalogo (dunque serve a qualcosa? lo vuoi ancora bruciare?). Improvvisamente tutti i sentimenti che ti hanno sconvolta fino a un attimo fa si trasformano in una rabbia mai provata prima. Ok, il bastardo voleva fregarti? Ora lo freghi tu, e poi magari ti danno pure il Pulitzer…



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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