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Antonella Santorsa
La lunga notte di Gerusalemme

genere denuncia e immaginazione
Racconto vinvcitore premio speciale Iulm under 19

2 racconti da 4+5 fermate

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Anche quellĠ alba stava per terminare e, come dĠabitudine, si era svegliata avvolta da un tenue bagliore di luce rosea, avviandosi frettolosa verso la mashrabiyya, accompagnata dal tintinnare dei sonagli che pendevano dalla sua veste purpurea. A quellĠora poteva esporsi liberamente: le strade erano ancora avvolte  da una sorta di torpore notturno, disturbato soltanto dalla voce di un muezzin che, in lontananza, richiamava alla preghiera, la prima dellĠintera giornata. La moschea di Omar e i suoi minareti stavano riacquistando a poco a poco lĠaureo splendore, perso con il sopraggiungere della notte. Dunia aveva acquisito quella Òstrana  abitudineÓ, diventata ormai consuetudine, da quando aveva dodici anni: senza che nessuno la svegliasse aveva cominciato ad alzarsi di buon ora per potersi godere lĠunico momento di tranquillitˆ e calma interiore che la giornata le offriva  e non sorgeva giorno senza che lei lo vedesse nascere, a eccezione di quelle giornate, ormai troppe, nelle quali i radar scalfivano ininterrottamente il cielo con i loro scintillii.
Niente abluzioni, nessun ÒAllah AkbharÓ o ÒAllah al-WaddÓ, ma la semplice consapevolezza di poter scorgere allĠinterno di una sfera gialla un prolungamento di se stessa, il  suo sguardo sul mondo, un grande occhio di Dio che non copre soltanto la testa di un israeliano che indossa un kippˆh, ma che  sospeso nel cielo e, pertanto, visibile e accessibile a tutti: come non accorgersene? Forse, pensava, era quella stessa luce a rendere cos“ ciechi gli uomini, per via del suo bagliore. E, allora, dovevano fare come lei: cogliere quella sfera gialla quando era ancora sul punto di nascere, in modo tale da potersi abituare alla sua vista.
Terminata lĠaurora,  anche quel flusso di pensieri si dileguava  dalla sua mente, senza trovare un posto dove stabilire fissa dimora e, cos“, sul fare di ogni giorno, le stesse impressioni ritornavano nuovamente ad attanagliarle la mente per poi scomparire, represse dalla coscienza che lĠaspettava una marea di cose alle quali dedicarsi.
Passavano i giorni, fra le lezioni a scuola, lĠodore pungente delle spezie negli angusti suk agli angoli della Cittˆ Vecchia e le chiacchierate per le vie della cittˆ, fin dove era possibile e fino a quando  il coprifuoco lo permetteva.

Si svegli˜. Questa volta, per˜, senza essere avvolta dal solito bagliore di luce rosea, ma da una semioscuritˆ, interrotta in un punto della stanza da un sottilissimo spiraglio di luce.  Non era abituata a iniziare il giorno in quella maniera piuttosto curiosa e si chiedeva cosa stesse accadendo lˆ fuori. La risposta le sarebbe arrivata subito.
La mashrrabiya la attendeva allĠ ombra quando Dunia vi giunse e, sporgendosi,  vide davanti a sŽ una fila di blocchi grigi, altissimi. Sorpresa, dapprima, si ritrov˜ a pensare che un cielo temporalesco si fosse riversato interamente davanti al suo balcone, ma, non appena lĠintontimento del sonno smise di offuscarle la mente, comprese: un muro. Rimase l“, immobile, come se quel muro, oltre a sbarrarle la vista,  le avesse bloccato anche la capacitˆ di muoversi. Tuttavia il pensiero non le si era interrotto, anzi, fu subito presa da una consapevolezza, come se, inconsciamente, si fosse giˆ preparata da tempo allĠaccaduto:  forse proprio la forza del suo pensiero le avrebbe dato la possibilitˆ di superare quel muro, dal momento che aveva giˆ ben resistito al primo impatto con quella massa cementifera, facendo in modo che quel grigiore non la investisse, impregnandola di rabbia e sfiducia. Una lacrima rig˜ il suo viso, ma non era una sconfitta: aveva appena incominciato a respingere quel muro.
Girovag˜ a lungo per i vicoli della Cittˆ Vecchia, come se, disperdersi in quel labirinto di strade consumate, potesse aiutarla a  tenere lontani i  pensieri. La gente che incontrava le appariva piuttosto serena, ma dietro quella serenitˆ si celava, forse, una rassegnazione della quale  ognuno sembrava provare vergogna. Solo un vecchio cieco, rannicchiato sullĠuscio della sua abitazione, sembrava rendere manifesta la sua disperazione, lasciandosi andare in una salmodia straziante, che interrompeva a tratti, per tirare ampie boccate da un narghilŽ semiarrugginito. A parte la salmodia del vecchio, non cĠera nessun altro elemento che lasciasse pensare a un clima distorto. Era come se la cittˆ avesse inghiottito quel conflitto atavico, senza farsene lasciare traccia, se non in alcune costruzioni distrutte dai razzi e dalle autobombe e in quel muro, che somigliava ad una lunga cicatrice, che la stava sempre pi segnando da nord a sud. Dunia si sent“ incredibilmente sola, di tanto in tanto, accompagnata da un clima di indifferenza incomprensibile.
Dopo aver vagabondato per le stradine della cittˆ, trascinandosi dietro il fardello della desolazione, torn˜ a casa, quando ormai il sole stentava a trattenersi allĠorizzonte e le sembr˜  bello ed espressivo come non mai, anzi, guardandolo, quasi non le pareva di riconoscere in lui quel disco dorato che, molte ore prima, aveva visto dominare il cielo. And˜ a dormire, sapendo che di l“ a poco sarebbe stata di nuovo in piedi.

Non appena la casa fu avvolta dal silenzio e le strade svuotate di ogni forma di vita, si butt˜ gi dal letto, si infil˜ un paio di babbucce e, girato lĠangolo della casa, si avvi˜ verso il muro con una scala non troppo piccola e un secchio di vernice gialla, nella quale sprofondava  un pennello . Ritrovatasi  faccia a faccia con la parete grigiastra, vi posizion˜ la scala e, dopo aver immerso completamente il pennello nella vernice, inizi˜ a tracciare pennellate sul muro. Prima una forma  circolare, poi, bagnando di volta in volta il pennello nella vernice, pennellate sempre pi ampie per riempire quella circonferenza. Aveva lĠimpressione che il suo corpo si sarebbe diviso, da un momento allĠaltro, in due parti, delle quali una spiegata in una sensazione di estasi per quanto stava adibendo su quella parete, lĠaltra contorta per il terrore che qualche sorvegliante del muro potesse scoprirla, sospettando che stesse tentando di scavalcare, il che equivaleva o a essere massacrata di botte o a ricevere un proiettile in corpo. Una voce al di lˆ del muro la blocc˜, mentre il panico la invadeva. Qualcuno dallĠaltra parte ripeteva come una specie di cantilena: Òlekh lekhˆ! Vai a te stesso, esci da ci˜ che ti turbaÉ!Ó. Era ebraico, un ebraico dallo strano accento: era una guardia israeliana. Ma quelle non erano parole da guardie. Facendosi un poĠ di coraggio, Dunia sbirci˜ dalla fessura che separava i due blocchi ai quali era appoggiata: intravide un volto maschile. Tutto ad un tratto la voce dallĠaltra parte grid˜: ÒTu dallĠaltra parte, lekh lekhˆ! Chi sei?Ó. Dunia rispose con un timido: ÒDuniaÓ. ÒNon dovremmo stare quiÓ profer“ la voce dallĠaltra parte e poi continu˜: Òma io sono venuto per costruirmi unĠalba! Tu?Ó. Dunia replic˜: ÒAnche io sono qui per la mia aurora! Ma, soprattutto, sono venuta per dimostrare a me stessa che questo muro non mi fa paura. Il muro che pi dobbiamo temere si trova nella testa delle persone che lo hanno voluto innalzare!Ó. Dopo poco, il giovane israeliano si ritrov˜ dallĠaltra parte del muro con Dunia e insieme continuarono a riempire quella forma circolare di vernice gialla, senza dire alcuna parola. Quando ebbero finito si accovacciarono a terra con le spalle contro il muro e, con lo sguardo rivolto verso il cielo, gridarono insieme: Òlekh lekhˆ!Ó .

Nessuno se ne era accorto: un sole era sorto nella lunga notte di Gerusalemme.

Alice Gioia
ISTANTInMETRO

genere racconto discotinuo
Selezione premio Iulm under 19

Lo scheletro di un cartellone pubblicitario si staglia contro il cielo fumoso. Un brandello di carta strappato, silenzioso retaggio di un passato da fotomodella, pende da un lato e si agita a ogni alito di vento.
La ragazza dai capelli rossi indugia a guardare attraverso la struttura metallica, dove, al posto di una luccicante rŽclame, fa capolino una casa antica, dai muri ricoperti di edera umida e odorosa, simile a quei castelli infestati da melanconici fantasmi.
Se non fosse giˆ terribilmente in ritardo, attraverserebbe la strada, raggiungerebbe il cancello arrugginito e proverebbe a scuotere il batacchio dĠottone.
Ma  tardi, maledettamente tardi.
Schiva un paio di persone e scivola leggera nelle fauci spalancate della terra, lasciando dietro di sŽ una scia di violetta, che un cane randagio segue per un attimo, le narici dilatate nellĠaria e la coda ritta, per poi trotterellare via insoddisfatto.
La metropolitana  un labirinto colorato, ma la nostra Arianna  attrezzata. Tra le dita sottili stringe il filo argentato di un lettore mp3, le cui estremitˆ si perdono nellĠonda fluttuante dei riccioli rossi.
Il ritmo pulsa, la incalza, affretta il passo verso il binario. Forse  giˆ troppo in ritardo, forse non arriverˆ mai in tempo. Sbuffa indecisa, sposta il peso da una gamba allĠaltra, controlla preoccupata il tabellone luminoso.
Due minuti. Ma due minuti sono unĠeternitˆ per chi ha fretta.
Un treno si ferma sul binario opposto, e riparte lasciando dietro di sŽ il freddo vuoto della sua assenza.

E se fosse giˆ andato?
E se fosse partito?
E se non fosse pi l“?

Un altro treno rallenta e si ferma. Nello scompartimento illuminato, una figura si ritaglia contro il vetro. Un ragazzo, alto, il volto serio e pensoso, una cuffia grigia che gli copre la fronte.
Per un attimo, lĠistante di un contatto visivo, la sua vita  entrata in quella della ragazza. LĠha sfiorata, le ha fatto percepire il brivido di unĠamicizia, svanita nella folle corsa del treno.

Anche lui  protetto dal rumore del mondo dagli auricolari, che trasmettono le noti vibranti di un basso. Il ragazzo infila una mano in tasca e preme un pulsante. La voce del cantante aumenta, fino a coprire il piagnucolare di una bambina e le parole strascicate dellĠuomo al cellulare. Il treno si ferma ancora, lo scompartimento si svuota e si riempie velocemente. Altre vite, altre storie sfiorano, o meglio urtano, il ragazzo appoggiato al finestrino. Ma non cĠ nessuna ragazza dai capelli rossi e vaporosi ad osservarlo sul binario, dal lato opposto.
LĠha giˆ vista, forse. Dove, non ha importanza.
Non cĠ nulla che gli importi molto, adesso.
Solo il pulsare della musica.
Solo il peso del borsone da calcio sulla spalla destra.
Solo il freddo di dicembre.
Solo il contatto, sottile ed impercettibile, del suo petto contro quella maledetta busta, nella tasca interna della giacca.
Solo la tristezza, e la delusione, e la frustrazione, e la voglia di capire ogni svolazzo dĠinchiostro, muto veleno, steso tra uno sbruffo di ombretto e un sospiro di mascara, su una bella carta rosata, impregnata del suo profumo.
Intenso, indelebile. Lo fa impazzire. LĠha fatto impazzire fin da subito, il primo giorno che lĠha vista. Quel sorriso da angelo. I capelli biondi, lisci, che scivolavano fuori dal casco, come nei film, e splendevano sulle spalle levigate e dorate dallĠestate. E poi due gambe snelle infilate in ballerine rosa, che proseguivano in una minigonna di jeans, su fino alla curva fascinosa del bacino, a quelle sinuose dei seni.
ÒNon la meriti. Non  una come noiÓ.
Le parole dellĠamico, perse nella stanza fumosa della sala da biliardo, quella sera in cui non voleva sentire, ora gli rimbombano nella testa.
Ha le mani sporche di vita, lui. Nelle pieghe della pelle tra le dita, sulle nocche screpolate, nei calli duri sui palmi, nelle mosse precise di quando lavora. Sui bordi delle unghie, dove lo sporco si addensa. Stammi lontano, se hai paura, principessa. Rimani nel tuo mondo dorato, fatina. Ma non mi ferire, non mi straziare, non trasformare le tue belle unghie in artigli.
Un brivido di rabbia sale dalle dita dei piedi, gli irrigidisce le gambe, si arrampica lungo la schiena, fino alla vena sulla tempia, dove sfoga il suo rancore in un fremito. Il profilo sottile si fa pi duro. Gli occhi nocciola sĠincupiscono, diventano un abisso di cui non si riesce a vedere il fondo. La linea della mascella contratta, gi fino alla curva del collo, costellato da piccoli nei che formano un sentiero segreto, inabissato tra le pieghe della felpa.
Le persone lo evitano, mentre affronta con foga gli scalini della metropolitana. E lui, del resto, non sembra notare nulla. Segue un tracciato invisibile, che lo guida verso lĠuscita, lungo la strada spazzata dal vento, verso il campo di calcio illuminato, nella nebbia; verso gli spogliatoi e gli scherzi dei compagni, verso lĠerba ingiallita; verso la notte buia, che attraverserˆ di corsa.
Non vede niente davanti a sŽ. Negli occhi, il ricordo dei suoi, scintillanti di ombretto e di eccitazione, con cui gli ha infilato in mano una busta sottile, prima di scivolare ondeggiando nelle luci e nella musica assordante della discoteca, lanciandogli un ultimo sorriso beffardo.
Poi il fiume.
LĠacqua che scorre in vortici profondi, scuri, spaventosi.
Il bordo del ponte, da cui guarda gi.
Volteggiare.
Cadere.
Sprofondare.
Ecco cosa farˆ.
Improvvisamente, il mondo reale torna ad intrufolarsi nel suo campo visivo, sottoforma di una robusta ragazza intenta a scrutare una cartina della metropolitana.
ÒScusa, non ti ho vistoÓ.

ÒNienteÓ.
E dire che ci vuole un bel coraggio a non vedermi. Voglio dire, settanta chili di ragazza per un metro e cinquanta non sono mica bruscolini.
Ecco, se cĠ una cosa che detesto delle grandi cittˆ,  che tutti hanno dannatamente fretta. Sono sempre di corsa. E io, per qualche affascinante mistero, mi trovo sempre sulla loro traiettoria. Mi si proiettano addosso come missili, equipaggiati delle armi di distruzione  pi devastanti: ventiquattrore e grossi pacchi dagli spigoli appuntiti, enormi valigie con una rotella dondolante, che immancabilmente finisce sui miei alluci. Oppure borsoni da calcio, come quello del tizio che mi ha appena gentilmente travolta.
Molto, molto divertente, davvero. Penso che non mi abituer˜ mai a questa fretta cittadina. Preferisco tenermi la mia letargia da provinciale indolente.
Dunque, dove siamo. Ah, s“, linea verde. Non  difficile: timbro il biglietto, spingo lĠasticella, con qualche difficoltˆ supero lo stritolafianchi, mi sistemo, riparto. Adesso a destra. Scendo altri scalini. Ancora a destra. Non  difficile, visto?
E adesso che sono perfino riuscita a salire sulla metropolitana, e ho memorizzato il numero di fermate prima della mia (tre in tutto, alla quarta scendo), posso dedicarmi al mio sport preferito, che consiste nellĠosservare la varietˆ di tipi umani stipati nei vagoni e, soprattutto, riuscire ad identificarne gli odori. Si, ho detto proprio gli odori. Scoprirli, catalogarli, districarli dal miscuglio promiscuo in cui si avviluppano, attribuirli ai loro proprietari.
Ecco, per esempio, questo profumo intensissimo di garofano.  senza dubbio una donna, e anche abbastanza raffinata; forse, per˜, un poĠ troppo truccataÉ Ma non giovane. Non vecchia. Vitalmente moritura, direbbe Arundhati Roy. Il garofano sa di cimitero e di sorrisi un poĠ falsi. Potrebbe essere quella signora impellicciata aggrappata al palo. Aspetta, al prossimo dondolio mi arriverˆ una zaffata, eÉ s“,  lei.
Oppure lĠodore di pesce fritto, patatine, e risate da adolescenti. E quello acre di sudore, e insoddisfazione, e umiliazione di capo. Ma questi sono facili, per unĠesperta psico-olfattologa come me. Il primo  di un ragazzino brufoloso, attorno al quale si  creato il vuoto cosmico. LĠaltro  quello dellĠimpiegato seduto alla mia destra, il mento appoggiato sul palmo appoggiato sul ginocchio, la camicia spiegazzata, e una gran voglia di pastasciutta e di cotolette, stampata proprio l“, tra le pieghe agli angoli delle labbra.
Ma allĠimprovviso un odore nuovo colpisce le mie narici.  un profumo che non ho mai sentito prima.  qualcosa di esotico, di misteriosoÉ ma buono. Ecco,  un profumo di cose buone. Di biscotti, di cucine piene di pentole e di allegria.
Alzo gli occhi, e proprio l“, davanti a me, vedo una donna di mezzĠetˆ, avvolta in un vestito dai colori sgargianti, con un gran turbante che le fascia la testa. Tiene le mani in grembo, lo sguardo perso fuori dal finestrino.
Il mondo sembra essersi fermato al limitare dei suoi polsi, adagiandosi sulle sue mani antiche, screpolate. Immagino le cose che hanno vissuto, i visi che hanno accarezzato, i bambini che hanno cullato. Seguo il percorso delle venature chiare sui palmi, cercando un destino, un indizio, una sensazione imprigionata. Spio tra le rughe negli angoli degli occhi, illudendomi di trovare le trame di mille avventure, i solchi scavati da mille lacrime, il segreto di sapersi rialzare dopo essere mille volte caduti; i ricordi affastellati, tra il sole del deserto che arde la gola e il vento che in primavera sĠintrufola beffardo tra le vie lastricate della cittˆ. Chissˆ se anche a lei il freddo pungente, e la nebbia, sono penetrati nelle ossa. Oppure se la sua pelle dĠebano ha fatto da schermo, se ha impedito che arrivassero fino al cuore.
Lentamente, i nostri guardi sĠincrociano, le labbra si distendono in un sorriso.
In momenti come questi vorrei avere un istantimetro, per misurare lĠintensitˆ degli attimi, la forza dei sorrisi subitanei che svaniscono nelle tasche dei cappotti, il riverbero di luce di una scintilla che sprizza nellĠistante di uno sguardo. Per raccogliere, trattenere, conservare le frazioni di secondo apparentemente futili, ma che sembrano riempire il vuoto di certe giornate: gli occhi che dimenticherai, le mani che mai sfiorerai, le risate che mai pi sentirai.
Quattro.  la mia. Scendo.
Sinistra, scale, destra.
E ancora  la folla, odori indistinti di persone che urtano e spingono e corrono verso appuntamenti, sogni, colleghi, mostre, conferenze.
ÒScusa!Ó.
ÒE di che?Ó.
Tanto per cambiare, unĠaltra che mi urta correndo. Questa, almeno, aveva un buon profumo. MmmÉVioletta, oserei dire.

LĠincresparsi del volo dei piccioni come onde nellĠaria, e sentire il pulsare del sangue nelle vene, dopo la corsa. Fermarsi, a prendere fiato. E riprendere a camminare pi lentamente, passo dopo passo, la punta degli stivaletti scamosciati sul selciato irregolare, attenti a schivare pozzanghere e ricordini di cani che, a giudicare dal risultato, sembrano avere le dimensioni di cammelli in sovrappeso.

Ce lĠavrˆ fatta ad arrivare in tempo?
LĠavrˆ aspettata?

LĠuomo ha mani rugose e screpolate per il freddo. Le dita sono sporche, rovinate, segnate da sottili cicatrici. Le unghie piatte, corte e annerite dal pigmento della barbabietola. Se ne sta inginocchiato su una coperta sgualcita, stesa per terra. Accanto a sŽ, disposti in file ordinate, alcuni ortaggi: barbabietole, carote, cipolle, patate.
La ragazza dai capelli rossi lo guarda, incantata.
Guarda le sue mani accarezzare le cipolle, sollevarne una e contemplarla in controluce, come se fosse un diamante. Lo osserva mentre la spoglia di tutti i suoi veli, lentamente, con dolcezza, come farebbe con la sottoveste della donna dei suoi sogni. Poi inizia il lavoro dĠintaglio, preciso, finissimo, le mosse rapide che si susseguono. Lei capisce che lui ha giˆ tutto in testa. Che ogni sua mossa segue un disegno invisibile, nascosto in ogni cipolla, carota, barbabietola. Lui legge le loro anime. E allora ecco che un mondo di fiori, animali, oggetti strani, scivola fuori dallĠinvolucro cipolloso in cui  intrappolato, grazie a un taglierino e a dita esperte.
Un pezzo di carta spiegazzato rotola via, in un goffo tentativo di prendere il volo. Fa freddo, e la gente si affretta verso casa, alzando il bavero dei cappotti. Una piccola folla si  stretta attorno allĠuomo inginocchiato, riparandolo per un attimo dal vento. A lui non sembra importare. Non alza mai gli occhi, se non per accarezzare unĠaltra cipolla, per cercare la barbabietola giusta con cui dare colore ai petali patatosi di una rosa.
La ragazza lo osserva per almeno unĠora.
Non riesce a credere che un tale artista si accontenti di un angolo in una strada affollata, del freddo contatto del selciato, dellĠeffimera esposizione delle sue opere, sciupate dagli sguardi indifferenti di chi si allontana di corsaÉ

 inverno, e le giornate si ostinano ad accorciarsi. Mentre le dita frenetiche della notte scendono sulle vie della cittˆ, lĠuomo raduna le sue poche cose - le ultime due carote, una barbabietola, il giardino di fiori e animali che ha costruito durante la giornata, il cappello di feltro colmo di monetine - le infila in un sacchetto di plastica e se ne va, con la coperta sotto il braccio.
La ragazza dai capelli rossi lo guarda allontanarsi, zoppicante per le tante ore rimaste in ginocchio. Avrebbe voglia di fermarlo, di chiedergli dove va a dormire, di offrirgli una cioccolata calda. Ma allĠultimo, quando lui si alza e fa per andarsene, le manca la forza. Lo guarda negli occhi, e lui sorride, e sembra che le legga nellĠanima, proprio come fa con le sue carote, e la spinga a tornare a casa, al caldo, al riparo dal furore del mondo.
Anche questa volta la ragazza riprende a camminare silenziosa, strofinando le mani nelle tasche per scaldarle. Non ha fretta di tornare a casa. Nessuno la aspetta, del resto. Il gatto, lĠunica compagnia che allietava da alcuni anni i suoi pomeriggi solitari,  morto qualche giorno prima.
Camminare le culla i pensieri. La testa bassa, ripercorre la solita strada, senza guardarsi attorno.
Solo quando arriva sul ponte alza il viso. Le piace guardare la nebbia che si alza sottile sulle acque turbolente; incantarsi davanti ai vortici e ai mulinelli della corrente. Affretta il passo, per avvicinarsi al suo angolo preferito, un balconcino sporgente al centro del ponte, da cui si gode unĠottima visuale. A lei sembra di essere nascosta in una piega del mondo, accanto alla quale il tempo scivola via senza fermarsi, senza chiederle nulla. Di solito si appoggia alla pietra fredda, e lascia cadere verso il basso i riccioli rossi, aspettando che il formicolio della vertigine si concentri da qualche parte lungo la spina dorsale.
Ma, avvicinandosi, lo trova giˆ occupato dalla schiena di un ragazzo. Spaesata, si ferma a qualche passo da lui, sul marciapiede, vicino alla borsa da calcio color granata. Non sa se andarsene oppure restare. Si guarda intorno. In fondo, che le importa di uno stupido terrazzino?
Da quella posizione riesce ad intravedere il profilo sottile del giovane, le mani dalle dita lunghe ed affusolate che stringono convulsamente una busta rosa.
E poi capisce. Sa cosa sta per fare. Le sembra giˆ di vedere tutta la scena. Quanto ci metterˆ ancora, due, tre minuti? Ma due, tre minuti sono un soffio per chi ha fretta.
 successo.
E lei ha visto tutto.
Volteggiare, cadere, sprofondare.
Ha visto la busta, quella maledetta busta, volteggiare, cadere, sprofondare, inghiottita dal corso veloce dellĠacqua.
Sta per allontanarsi, quando la schiena ruota lentamente. Nel chiaroscuro del lampione riconosce un volto, uno sguardo, una cuffia calata sulla fronte che le sembra di avere giˆ visto. Il ragazzo ha gli occhi tristi di un animale ferito, anche se la piega delle labbra carnose sĠirrigidisce in una smorfia, appena si accorge di essere stato visto.
Ma non riesce a nascondere la lacrima che affronta in solitaria la discesa della guancia destra.
Immobili, uno davanti allĠaltra. Nessuno dei due osa spostarsi.
Solo il discreto rumore del fiume, sotto di loro.
Solo i fari di qualche auto lontana.
Solo il freddo di dicembre.
Solo il vapore che esce dalle loro bocche socchiuse, e offusca i contorni.
LĠistantimetro, adesso, segnalerebbe livelli vertiginosi.

 

 

Io vecchio, cieco e atteso
vedo sul ponte due
ragazzi abbracciati
lĠacqua  nera non li riflette
ma so quanto profondi
sono i loro sogni
e quanta pena pu˜ guarire
per un attimo un bacio

LĠindovino, da ÒBlues in SediciÓ
Stefano Benni



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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