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Chiara de Fernex
Il moto minore

genere: Storia di un ritorno

1 racconto da 8 fermate

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Prefazione
di Raul Montanari

Ci sono romanzi e racconti in cui la densitˆ della forma, lĠurgenza delle cose da dire, la ricchezza del punto di vista sul mondo interiore ed esteriore divorano la storia raccontata. La storia diventa inutile agli occhi innamorati del lettore, perso in un flusso ipnotico di parole, mentre rimane imprescindibile per lo scrittore, come lo scheletro invisibile deve sorreggere un corpo che catturerˆ, lui s“, gli sguardi di tutti.
Lo straordinario racconto di Chiara de Fernex appartiene a questa categoria letteraria.
CĠ una storia, qui? Forse s“, delle pi semplici e potenti: una ragazza che tempo fa si  separata da un ragazzo; lui che torna a farsi vivo, sorprendendola, affascinandola con quanto di nuovo ha da mostrarle di se stesso e con tante cose rimaste invece inalterate, identiche a prima della separazione; infine lĠallargarsi della prospettiva di lei a una consapevolezza del vivere che assume cadenze universali, decisive per tutti.
Ma proprio questo percorso sapienziale, questa precisa e impressionante carta geografica dellĠanima, sono il vero nucleo del racconto. Il ritrovarsi con il ragazzo perduto tocca la simpatia e la tenerezza del lettore, innesca il suo interesse tanto quanto il bellissimo incipit con la Òcorsa gravitazionaleÓ della protagonista che, ricevuta lĠinattesa telefonata di lui mentre  in cima al Kastelhorn, scende Òcarica di altitudiniÓ per precipitarsi allĠappuntamento, a Milano. Ma a travolgerlo saranno le splendide metafore che senza enfasi ma con naturalezza disarmante descrivono, pi che narrare, lo stupore della protagonista nel ritrovare Òle nostalgie dei passati con te ancora tutte appese a questi alberiÓ. 
Cos“ si scrive. Cos“ si dovrebbe scrivere, sempre.

Mi ero stretta il maglione in vita e avevo guardato gi, pronta a discendere i duemila metri del Kastelhorn. La strada era la stessa della salita, ma se prima camminavo per la conquista della cima, ora intraprendevo il viaggio del ritorno. Scendevo carica di altitudini quando il telefono ha squillato. Eri tu che chiamavi, di lˆ da ogni possibile previsione.
Hai chiesto come stavo. Ti ho risposto che va bene, a certe quote manca  lĠossigeno per pensare.
Ed ecco lĠinaspettata richiesta che per mesi e mesi, e mesi ancora, ho atteso di sentirti dire ma che hai voluto pronunciare solamente quando mi credevo sinceramente decisa a non pensarti pi.
Sei libera? Vediamoci; cos“ hai detto con tutta la semplicitˆ e la naturalezza di chi non conosce il peso delle attese. Ho indugiato per quanto? Due, tre secondi al massimo. Poi sono scapicollata dalla montagna correndo, con le ginocchia piegate dal dislivello e lo sforzo di trovare un compromesso tra  lĠequilibrio e lĠindisciplinata fretta. Ho corso, mentre io e la mia arrendevolezza facevamo a pugni, precipitandomi gi dal dirupo un piede appresso allĠaltro. In una corsa  gravitazionale mi sono riempita di quel perdono che avevo sempre voluto chiederti, finalmente pronta a declamarti ogni singola scusa, ogni monologo che sapesse farsi onore di giustificazioni e recriminazioni contro quella che ero stata e che non volevo pi essere. Che non sono pi, giuro.

Mi sparerei nello spazio pi nero, oltre Marte, oltre la fascia degli asteroidi e come Callisto mi nasconderei in cielo. Mi frantumerei in polvere cosmica, pronta a risplendere oltre le rocce vulcaniche del Mauna Kea. Viaggerei, sospesa da un niente infinito, e dal pianeta Nibiru ti farei un cenno di saluto, ma no, non tornerei indietro.
Cos“ avevo detto partendo e invece eccomi nuovamente qui, sotto la volta di questa stazione che oscura il cielo. Eccomi carica di altezze, di viaggi che volevano strapparmi da te ma che a te mi hanno riportata. 
Lascio cadere lo zaino sulla banchina e trascino i bagagli gi per le scale, in direzione del metr˜.
Il dondolio del vagone, le chiacchere indistinte dei passeggeri, il fischio della partenza, la decompressione delle porte e lo stridere della corsa lungo le arterie di questa cittˆ, tutto mi ricorda la mia vita di sempre. La mia vita fatta di stazioni affollate, sature di sudore, di umiditˆ che ristagna nei sotterranei.
La gente  si accalca appena prima della linea gialla, tutta assieme spinge in direzione delle porte per un posto a sedere e se sei vecchio o stanco non importa, quando arrivi secondo stai in piedi.
Ricordo di una volta in cui sei sceso dal metr˜ e poi, prima che il treno ripartisse, ti sei voltato verso di me. CĠeri tu e cĠero io che ti ho sorriso. In quel mentre ho capito che ovunque fossi andata mi saresti rimasto nel cuore, come una piuma dentro il costato di cui non senti  il peso perchŽ  la prima, con le altre poi ci fabbricherai le ali.

Altra stazione, altra fermata, altra gente diretta verso altri sensi.
Le periferie hanno piccoli orti di melanzane e ortiche, ritagliati tra i piloni di una sopraelevata. Affiancate da cumuli maleodoranti di spazzatura abusiva, le centrali elettriche si dipartono nei fili dellĠalta tensione, illuminando le gru, le case popolari, le scuole abbandonate, le strade deserte del quartiere metropolitano.
Stazione dopo stazione, torno ai miei ricordi. Mentre la metr˜ corre, mentre tu mi aspetti qualche fermata pi avanti, ritrovo le nostalgie dei passati con te ancora tutte appese ai rami di questi alberi, agli alberi di questa cittˆ. Ricordo i calci alla ghiaia, quando mi facevi arrabbiare, le prepotenze con cui ti obbligavo a fare a modo mio, le corse e tutte le volte che li ho persi, quei treni, per arrivare da te. Mi chiudevo dentro la macchina e ti lasciavo fuori a pregarmi di aprire. Arrabbiata lo urlavo attraverso il finestrino che di te non avevo bisogno, che potevi anche andartene; sai cosa mi frega.
Una appresso allĠaltra le immagini tornano come un singulto. CĠera davvero tutto questo posto per tutto questo passato, per tutti questi rimpianti, dentro di me?

Altra stazione, altra fermata, altra gente diretta verso altri sensi.
Cerco di abbandonarmi alla lettura, ma ogni volta che arrivo a fine di un paragrafo ne abbandono il senso per figurarmi il nostro incontro in tutta lĠirreale perfezione di cui sono carichi i sogni. La veritˆ per˜  che lĠanticipazione non ti scuote come vivere  gli avvenimenti nelle loro sorprendenti improvvisazioni e, quando scendo alla fermata, mi trovo davanti a unĠinaspettata timidezza.
Salgo le scale. Una mendicante allunga la mano. Io come tanti qui le passo oltre, e quando arrivo in superficie mi rilasso in un lungo respiro. Il caldo compresso dalle nuvole batte sulla piazza, mentre la gente a lunghi passi fa rotta in direzioni opposte. Ad alzare gli occhi si vede la stessa fetta di cielo di sempre; un ritaglio di grigio tra i  tetti. E sono ancora cos“, con il naso verso lĠalto, quando qualcuno mi urta da dietro.  un attimo, poi mi passa oltre, attraversa la piazza e, senza mai voltarsi, si perde sotto i porticati. Lo cerco per un breve istante tra i  passanti, ma sono le persone che dai portici escono ed entrano, sbucano e si nascondono, si confondono, si perdono e quasi mai tornano, ad attirare ora la mia attenzione. Qualcuno viene per di qui, si avvicina e da sagoma diventa figura, da piccolo si fa grande e poi vicino, ma sempre, senza notarmi, mi passa accanto e prosegue.
Via Larga. Poi taglio per via Bergamini e mi siedo sugli scalini, davanti alla Statale. Da piazza Santo Stefano e per tutta via Festa del Perdono un silenzio innaturale prende il posto del solito clamore studentesco fatto di motori e grida, di crepitii improvvisi e risate. Non cĠ nessuno, nemmeno le matricole disorientate che chiedono informazioni, nemmeno gli extracomunitari con il loro cestello di inutilitˆ. I bar, le tavole calde; tutto  serrato, ma non perde di magia, questa strada che ha saputo farmi piangere e gridare dalla rabbia, che per anni mi ha fatto sentire sola e confusa tra i volti della gente.
Da via Laghetto esco in via Della Signora e ti vedo. Sei al telefono, dallĠaltro lato della strada, impegnato a camminare avanti e indietro per il marciapiede. Devo aspettare un poĠ prima che tu concluda la conversazione, cos“ butto lĠocchio su tutti quei piccoli particolari che ti fanno diverso, pi magro, con le braccia sottili, le guance asciutte, lĠespressione seria, adulta, che cela solo qualche timida indecisione. Ti osservo avidamente da uno sguardo clandestino, sapendo che non mi  pi concesso fissarti.
Ci sediamo al tavolino di un bar che a te non piace e me lo dici, con il candore di  cui non ci si serve di solito per dire: potevi scegliere qualcosa di diverso; questo posto fa schifo. Poi mi guardi con dolcezza, come se per la testa  ti fosse passato un pensiero improvviso e felice. Mi chiedi: allora, come stai?. Prendo fiato, mi abbandono sulla sedia, distendo i muscoliÉ come sto?
Ti racconto della mia vita e pi racconto pi mi rendo conto che  questo torrente indiscriminato di parole non ha nulla a che fare con le cose che vorrei confessarti. Non il minimo accento di pentimento nella mia voce, non un sussulto, niente. Parlo  fingendo interesse per ci˜ che  sto dicendo, come se i fatti pi stupidi della mia vita fossero lĠintero  carico  emozionale che possiedo quando, da dentro, una voce grida e si agita perchŽ ignorata.
Il nervosismo allenta la stretta  e, una parola dopo lĠaltra,  riesco finalmente a bere la mia spremuta dĠarancia. Inspiegabilmente hai sotterrato le tue asce di guerra e ti presti a seguire il racconto di casa mia, della mia famiglia, dei problemi, delle palpitanti preoccupazioni e delle piccole soddisfazioni. Solo alla fine mi interrompi e mi chiedi se ti accompagno a sviluppare dei rullini.
Il continuum logico che da tre anni si ripete nel rifiuto categorico a rendermi partecipe della tua nuova, fantasmagorica, vita si scontra inevitabilmente con la figura che ora mi siede davanti.
Dove sono i rifiuti sprezzanti ad ogni mia richiesta di vederti, dove i rimproveri, le negazioni, le disapprovazioni, gli schiaffi morali ai quali stavo facendo abitudine?
Ho preso la borsa e prima che tu potessi cambiare idea ho pagato, sono corsa alla macchina e ti ho detto: andiamo?
Non guidavi allora, ma oggi vederti tra il volante e il cambio non mi sorprende, come non mi sorprende aggirarmi tra gli scaffali di questo negozio, mentre aspetto che tu, al bancone, dia direttive in merito alla stampa. E allora cosa  cambiato? Se tre anni di faticosa agonia sono stati  polverizzati in meno di un nanosecondo; cosa resta? DovĠ la sconfinata distanza che dovrebbe separarci, dove sono i chilometri che abbiamo percorso e perchŽ i tuoi cambiamenti mi suonano conosciuti e naturali, quanto fossi lo stesso, identico di prima?
A separarci sono le abitudini, le persone che gravitano ora nelle nostre vite, sono le vie di una cittˆ vissute in ore diverse, in tempi diversi, su tram diversi.
Ero certa sarei inorridita davanti alle tue trasformazioni, tanto  stato lo sforzo di fossilizzarti nellĠimmagine di quello che mi amava. Ecco; questo mi terrorizzava: vederti e scoprire in  te il segno del tempo, che distrugge e macera i sentimenti fino a farli divenire brutale noncuranza. Invece lĠindifferenza che mi proponi, a dispetto di ci˜ che credevo, possiede una curiosa cautela,  un incantevole tatto. Persino lo sforzo di non parlare del passato, di non ricordare mai un particolare, mi pare stupido, ora che con un sorriso mi chiedi di accompagnarti nel regno, inaccessibile addirittura per me, del nostro primo incontro. E camminando parliamo di quello che vediamo, interrogandoci a vicenda, come se lĠimportante fosse lˆ fuori, come se davvero non percepissimo il rimescolarsi emozionale sul fondo dello stomaco. Ammesso tu lo senta.

 difficile tornare a casa dopo un viaggio. Apro le persiane, faccio entrare lĠaria e cerco disperatamente il presente, ma gli oggetti hanno perso lĠodore, la familiaritˆ, lĠappartenenza quotidiana al mio esistere. I chilometri ora li ho tutti dentro il petto e, nel piccolo appartamento dove rincaso, pare impossibile trovare abbastanza spazio per le mie emozioni.
Spalanco le porte entrando nelle stanze. Come se non le avessi mai viste, le guardo e non le riconosco. Carica di vuoto mi siedo sul divano per accorgermi che, tranne me, non  cambiato niente.
Mi sono snaturata, alterata; mi sono addirittura sostituita, sradicandomi e ripiantandomi diversa. Fiduciosa mi sono aperta al mondo credendo fosse cambiato anche lui. La veritˆ  che possiamo pure fuggire da una parte allĠaltra, viaggiando, volando, andando per mari, possiamo nasconderci nei chilometri di unĠautostrada che ci sgancia verso altre realtˆ, altre propensioni, possiamo anche rinnovarci (con un corso di Yoga, con una dieta macrobiotica, con qualche lezione di pittura creativa) e possiamo modificare ci˜ che meno ci piace, interrando le mancanze, raschiando gli errori dal fondo, ingiuriando tutto ci˜ che  venuto prima, prima di questa redenzione, o presunta tale; ma sarˆ forse meno mediocre a quel punto la nostra vita?
Vessatori e prevaricatori i miei dolori hanno lasciato spazio alla placida arrendevolezza, al compromesso degli sgominati. Omologata, stereotipata, fotocopiata, ho bruciato la mia spontaneitˆ, imbracandomi e calandomi in questo  personaggio grottesco che sono ora e tutto per non essere pi ci˜ che mi rimproveravi di essere.
Mi  lego a unĠesistenza ordinaria, scandita da tempi e vincoli, da banche, da mutui, da compagnie telefoniche. Sono lĠartefice di questo forte e ubbidiente personaggio che  piega le sommosse emotive imbavagliando i dolori, spennando il pollo sul gas, spolverando i quattro ripiani di casa, guardando il centrifugare della lavatrice, tutto perchŽ  sono una persona migliore, ecco perchŽ.

Il mio viaggio  stato senza mappa.
Ero dispersa in un blu oceanico e a volte, nella tempesta o nella quiete, intravedevo dal mio cannocchiale unĠisola, piccola, lontana. Altre invece scorgevo il miraggio di una costa che poi era solo acqua.  Certo , che sempre ho creduto di aver raggiunto le mie colonne dĠErcole, la mia fine del mondo, il mio orizzonte, la mia rupe di Scizia. Tuttavia era unĠattesa disillusa perchŽ, ancorata la barca, capivo che quello trovato era un naufragio momentaneo, un riposo al cammino. Ed  strano ma ora che sono tornata  mi accorgo di come, in veritˆ, il mio viaggio non si srotola nelle leghe, nelle onde, nei chilometri di asfalto. Mi guardo e mi trovo ferma, tra le cose di sempre, nei momenti di allora, in ci˜ che cĠ, in ci˜ che scompare  e poi ritorna, mai uguale. E capisco che questo percorso  un tragitto senza valigie, senza abbandoni.
Non resta pi nulla dei viaggi, delle aspirazioni, delle rotte ad altissime quote e delle inevitabili cadute. Sono tornata alla mia cittˆ, nella mia casa senza odori, senza soddisfazioni e dovĠ la riconciliazione che credevo dĠaver trovato in questo viaggio?
Forse dopo questa strada che mi tocca percorrere arriver˜ alla giusta risposta, a quella per la quale ho fatto i bagagli e ho intrapreso il cammino e capir˜ che tutte le fatiche di una storia erano solo i pesi della vita e degli affetti e, mentre tu sarai intento a farmi a pezzi, a smaterializzarmi, a decompormi, mentre tu mi ucciderai, io ti costruisco e sarai bellissimo sempre.
Aspetter˜ ci˜ che, per naturalezza o per buon senso, non potrˆ pi tornare.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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