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Armando Festa
We are the word

genere autobiografia inventata

Prefazione
di Pepa Cerutti

2 racconti da 4+5 fermate

Chi di parola ferisce, di parola perisce. Non facile presentare un racconto il cui commento sta nella lettura stessa, sconcertante e perfetta come un diabolico meccanismo di precisione. In poche righe, Armando Festa riesce a confondere il lettore per ben quattro volte, dipingendo personaggi le cui motivazioni si scoprono regolarmente diverse da ci che potrebbe sembrare. Cos, mentre avanzi sorpreso nella lettura, sprofondi nella vita del protagonista in una rapidissima discesa di gironi danteschi. Lasciate ogni speranza, voi che non parlate. Quattro vite da cancellare, come i termini desueti che Fabio, il protagonista, elimina per lavoro dal vocabolario. Il risultato un racconto di meraviglioso nitore e perfetta struttura. E di profonda emozione. Se una cosa non puoi chiamarla, non puoi neanche pensarla, scrive Festa.   Chiami dunque se stesso scrittore e si pensi tale: questo suo racconto da antologia.

Mi faccio un giro nel braccio della morte. Di tutte quelle che vedo, ce ne saranno al massimo un paio che sopravvivranno al prossimo anno. Quasi tutte saranno eliminate. D'altra parte, chi pi si ostupesce al giorno d'oggi? O si locupleta?
Appoggio le dita sulla tastiera del computer e aggiungo un giovaneggiare alla lista.
Tutte parole che non compariranno nella prossima edizione del dizionario perch nessuno le usa pi. Parole prossime a essere giustiziate.
Mi accendo una sigaretta e resto a guardare le volute di fumo che salgono stagliandosi nel controluce della lampada. L'unico vantaggio di rimanere da solo fino a tardi in ufficio quello di poter fumare liberamente. Per il resto, decine di ore di straordinario non pagato da accettare a bocca chiusa, da bravo schiavo a progetto, senn si rischia di essere mandati via con un calcio in culo senza tanti complimenti.
Aggiungo un'altra parola ormai destinata ad usi arcaici. Contratto a tempo indeterminato. Sento un fremito salirmi dal basso ventre, ma non la rabbia del precariato: solo il cellulare che mi vibra nella tasca.
Pronto?
Scommetto che quell'unica finestra accesa in tutto il palazzo sei tu.
Valeria? Ma che...
Sono qui sotto! Mi fai salire?
Schiaccio la faccia contro il vetro. Vale sul marciapiede di fronte, infagottata nel suo cappottino lilla, con in testa l'immancabile berretto di lana coi paraorecchie. Sorride e mi fa ciao con la mano inguantata.
Aspetta. Vengo ad aprirti.
Vale ha la faccia tutta congestionata per il freddo, perch fuori tira un vento gelido che pare arrivi dritto dritto dalla Siberia. Il file braccio della morte' ancora aperto sul desktop del mio computer.
Non dev'essere facile.
Cosa?
Eliminare le parole. come se eliminassi anche le cose a cui si riferiscono. Se una cosa non puoi chiamarla, non puoi neanche pensarla.
Di solito sono solo sinonimi che non vengono pi usati. O si riferiscono a strumenti, attrezzi che non esistono pi.
Vale mi guarda poco convinta.
Non mi hai chiamata tutto il giorno.
No. Ho avuto un sacco da fare. Scusa.
Non devi scusarti. Potresti anche non aver avuto voglia di farlo. Non ci sarebbe nulla di strano.
S, certo. Ma non stato cos. Davvero non ho avuto il tempo.
Vale gira intorno alla mia postazione e si lascia cadere su una poltroncina addossata alla parete. Poi si sfila gli stivali e si massaggia le piante dei piedi.
Questi stivali mi fanno un male cane... Mannaggia alla commessa che mi ha detto che si sarebbero allargati... Laura?
Il suo nome pare gettato l per caso, ma fa pi rumore che se avesse rovesciato per terra tutta la scrivania.
a casa, naturalmente. Sua madre le tiene compagnia fino a quando non torno.
Ah. Quindi ti aspettano.
Pi o meno. Non posso tornare a notte fonda.
Valeria fa un cenno con la testa come chi ha capito.
Vuoi che vada via, cos finisci di lavorare e torni subito a casa?
Vorrei risponderle di s, di andare via, di lasciarmi solo, di non continuare a cercarmi. Le dico:
No, resta.
Dal frigobar tiro fuori due birre. Le stappo e gliene passo una. Restiamo a guardarci in silenzio per due minuti buoni, sorseggiando piano. Poi lei a fare il primo passo. sempre lei a fare il primo passo.
Si alza, si avvicina e si inginocchia. Sento le sue dita sottili che armeggiano coi bottoni del mio jeans.
La parola erezione ancora di uso corrente, vero?
Sorrido. La sollevo dolcemente per il mento e la bacio.
Poi tutto quello che segue somiglia sempre di pi a un voluto naufragio. E pi le correnti vorticano tirandomi di sotto, pi mi sento meglio. Dal fondo intravedo la chiglia della mia vita che va alla deriva. Ma oramai io non sono pi a bordo.
Infilo la chiave nella toppa, e Pepe si mette ad abbaiare.
Sshhh... Buono Pepe.
Mi chino e lo accarezzo sotto al collo. Le luci della casa sono tutte spente. Solo una luce azzurrognola arriva dal tinello, assieme a un leggero chiacchiericcio. Riconosco la voce di Bruno Vespa. La mamma di Laura sdraiata sul divano davanti al televisore, coperta da un plaid scozzese. Appena mi sente entrare gira di poco la testa verso la mia parte, ma non abbastanza da arrivare a guardarmi.
Buonasera... Laura dorme?
La donna muove il capo in una specie di cenno d'assenso.
Grazie per aver aspettato fino a quest'ora. In ufficio c' stata una grossa emergenza...
La mamma di Laura ha il volto stanco. Ma di quella stanchezza che non basta una buona dormita a cancellare via.
Mi chiami un tass, per favore?
sicura che non preferisce restare qui?
No, grazie. Voglio tornare a casa. Domattina presto torno di nuovo.
Come preferisce.
Mi avvicino alla mensola. Faccio finta di non vedere quel post-it giallo appiccicato alla cornetta con su scritto telefonoche fino a stamattina non c'era, e faccio il numero del radiotaxi. Dopo aver accompagnato la madre di Laura alla porta, me ne vado in cucina alla ricerca di qualcosa di gi pronto e di veloce da poter mettere nello stomaco. Pepe entra e si accuccia tra le mie gambe. Io gli allungo una mollica di pane e lui la mastica direttamente nella mia mano. In cucina i post-it sulle cose abbondano. stata anche la prima stanza dove hanno iniziato ad apparire. Chiss perch.
Leggo uno schiaccianoci, un freezer, un microonde, un accendigas.
All'improvviso sento un fiotto di lacrime che mi serra la gola, e l'appetito che mi passa. Passo a Pepe tutto il piattino col prosciutto e me ne vado in camera da letto.
Laura dorme un sonno strano. Non si muove, non emette suoni, si potrebbe anche dubitare che respiri. Sul comodino, affianco l'immagine della Madonna fa bella mostra di s tutta la fila di medicinali. Non so in quale delle due la madre di Laura abbia riposto le maggiori speranze.
Chiss se anche nei suoi sogni Laura comincia a indicare un cane chiamandolo divano, a non sapere pi a cosa pu servire un martello, a non ricordare se si nel 2006 o nel 3006, per poi pensare che dopotutto non fa nessuna differenza saperlo.
I suoi neuroni stanno degenerando per una encefalopatia spongiforme, e questa l'unica cosa che vale la pena tenere presente.
Senza neanche spogliarmi mi infilo nel letto accanto a lei.
Laura si muove e mi si stringe contro. E sussurra:
Fabio...
Il mio nome se lo ricorda ancora. Poi verr anche per me il giorno in cui entrer nel braccio della morte e dovr appiccicarmi un post-it addosso.
Abbraccio Laura e respiro forte l'odore dei suoi capelli. Per un attimo rivedo Valeria, e noi due che ci salutiamo. Forse lasciandoci le ho detto Sarebbe meglio non vederci pi. O, pi probabilmente, A domani. Non mi ricordo.
Poi chiudo gli occhi e all'improvviso comincio a tremare per l'oscurit che mi circonda, come un cieco che ha paura del buio.

Raffaella Migliaccio
Blu oltremare

genere racconto precario

Prefazione
di Flavia Piccinni

Raffaella Migliaccio vive a Napoli ed sicura che dicano di lei Non l'ho mai notata al liceo. Anche adesso studentessa, ma all'universit. Proprio come la sua protagonista. Dice che spesso si veste di grigio, ma il suo racconto pieno di colori e di sfumature. Di quelle che i francesi chiamano nuances, agitando la mano per aria. Anche i suoi personaggi devono essere di quelli che gesticolano, che guardano da una parte all'altra. Senza fermarsi. Senza trovare tranquillit. E come si fa a essere tranquilli quando tua sorella ti ha appena detto, proprio mentre le stai tingendo i capelli, che aspetta un figlio? Un figlio s, da Mario, quello che non ascolto e che la storia si trascina da sola. Come si fa a tenere le mani ferme, immobili, davanti ai ricordi di famiglia che scappano, davanti a una sorella che anche madre, davanti all'Alice di De Gregori, di Carroll? Davanti ad una persona che sempre la stessa. Che quella che ti accudiva e ti faceva divertire e ti ha aiutato a cambiare. Davanti a quello che la vita, fra sbronze e depressioni. Davanti ai ricordi che passano, con parole che scorrono e non sembrano restare, annientate dai pensieri che si cancellano. Che si ritrovano, in dialetto, come certezze.
La Migliaccio descrive il tempo di una riflessione. Descrive il futuro fatto di ricrescite e pianti e stanchezza e delusioni. Mostra con naturalezza, quella dettata dalla paura, il futuro. Racconta il tempo di un dramma che quello che basta a cambiare colore ai propri capelli. A farli blu.

Sto tingendo di blu i capelli di mia sorella Alice quando mi dice che incinta. E non stata una di quelle scene in cui le cose che si hanno in mano cadono a terra. No cazzo. Non dico nulla. Tranquilla. Mi limito a fissare il lavoro che sto facendo. Sento ancora pi soffocanti le pareti di questo piccolo cesso.
Lei ha capito probabilmente il mio totale disarmo e mi dice con quella voce da idiota (perch si, un'idiota che a venticinque anni si fa ingravidare dal tipo di cui si lamenta spesso) Non dici nulla?
Che ti devo d? Che vuoi fare? volevo sapere subito la fine di quella che mi sembra una tragedia, che di tragedia trattasi e scorrono nella mia testa le immagini di mia sorella coi capelli ancora blu ma con la ricrescita, che non ha pi tempo n voglia ormai di venire da me per tingerli, da accompagnare dal ginecologo, lei che avrebbe pianto, e il consultorio e tutto il resto.
Abbiamo deciso di tenerlo. mi fa senza alzare gli occhi.
Ma cazzo dici? Se l'ultima volta che ti ho chiamato e t'ho chiesto che dice Mario?' tu m'hai risposto: non lo sento quando parlo e comunque non mi ricordo'   e non sto scherzando. Quando qualcuno le parla non ascolta. Si distrae semplicemente.
Senti, abbiamo deciso cos.
Incinta di quattro settimane. Mi pare assurdo. Mia sorella non pu crescere un figlio.
Nella sua vita non c'entra un bambino: gi piena di lavori precari, troppe bevute e uomini che sovrappone al rapporto con Marco che si trascina da pi di cinque anni, due cani e tre gatti, e poi un bambino tra i fumi delle sue tinture in quella loro casa umida non sarebbe cresciuto in un ambiente sano.
Non mi figuro nemmeno di chiedere a mia sorella se sicura realmente di chi il padre.
In fondo, voglio dire.
In strada il freddo mi ghiaccia le mani e il naso. Sono scesa in fretta da casa mia, perch non sopporto la sua calma, finta, che cazzo conosco bene mia sorella. La prenderei a calci con quella sua aria da: abbiamo preso un nuovo cane!. Finta anche quella.
Tiene Marco nella sua vita come io tengo gli uomini nella mia. Conosco, perch anche mia, la sua fottuta paura di star sola.
Mia sorella almeno bella, io mi sono sempre sentita trasparente. Ma questo un altro discorso.
Lei pi grande di cinque anni. E questo vuol dire cinque anni in pi di vita vissuta.
Si tramanda nella folla di zie e zie che mia madre fosse gi una depressa cronica e perennemente imbottita di psicofarmaci da quando avevo solo due anni. Per mia sorella dovevo essere inizialmente una bambola viva di cui occuparsi, poi semplicemente fui sua sorella. Una sorella con cui giocare, che si aggrappava a lei con ossessiva petulanza. Mi raccontava storie e cantava canzoni e io pensavo (ma questo quand'ero proprio piccola) che fosse lei l'Alice della canzone di De Gregori che metteva nel registratore portatile, e che qualcuno scrivesse storie per tutti i bambini, cos come aveva fatto per lei Carroll, e come qualcuno avrebbe fatto un giorno per me.
Ero davvero convinta fosse cos perch lei raccontava la storia senza libro e giocavamo recitando le scene, e io in certi momenti mi dicevo (non ero scema) ҏ lei!.
Dormivamo in un lettone che mia nonna aveva creato unendo i nostri piccoli, e lei creava sempre questi giochi assurdi tipo fingere di essere in una barca nel mare in tempesta e poi diceva: tutti sotto coperta! e bisognava ripararsi dalle onde sotto le lenzuola.
Inventava certe storie ingarbugliate e dolci, che raccontavano di pesciolini e fiori o del mio coniglio grigio, o canzoni che duravano anche mezz'ora. Aveva una fantasia esagerata che con gli anni aveva mantenuto, e certe volte tornavo a pensare alle illustrazioni inglesi di Alice nel paese delle meraviglie' quando metteva certe calze a righe, o tornava a casa con le sue storie assurde, ubriaca o altro.
Per il resto mio padre non c'era mai, sempre chiuso nel suo studio d'architetto, o troppo occupato a piangersi addosso, lo vedevamo giusto la domenica e non ci cacava poi tanto. Mentre la nonna che adoravamo badava a tutte e tre. Ma la nonna mor presto, che io avevo otto anni, e la mamma cadde ancora di pi nel suo isolamento a cui non ci era, e non sarebbe mai stato, permesso di avvicinarci.
A volte non prendeva i suoi farmaci e ci scassava con i suoi deliri. Io mi aggrappavo allora di nuovo a Alice, e lei fingeva di ridere alle sue urla.
Ora Alice incinta. E immagino stia piangendo nel bagno della casa che divido con altre tre studentesse come me. Marco poteva forse avere un ruolo nella sua vita i primi otto-nove mesi. Ora non un cazzo. uno che le tiene la fronte quando vomita, uno che frequenta la stessa gente scoppiata, uno che non la fa sentire sola, che le fa compagnia e non la lascia dormire sola. un po' come me.
Solo che ci ha fatto un figlio.
Quindi tutte le sue storie che intende lasciarlo non so dove andranno a finire.
E vorrei averlo io il coraggio di mollare uno, e non per buttarmi di nuovo in una storia che so gi dal principio non quello che voglio.
Ma Alice ora finir di asciugarsi i capelli. E io vorrei correre da lei e pregarla di non tenere questo figlio, anche se non saprei spiegarle il motivo. E forse il motivo sarebbe che ci divider di pi, o significher dover crescere per forza, e abbassare le difese, e smetterla di rincorrere chiss chi o cosa, e forse non vorr dire per forza queste cose, ma un cambiamento, il proliferare della sua carne e mi spaventa.
E so che spaventa anche lei. Ma non comprendo perch la sua scelta sia stata un'altra.
Decido di salire, ma prima prendo qualcosa da bere in salumeria.
Salgo contando gli scalini, ma perdo il conto.
Alice sul divano vecchio dai colori ingrigiti della padrona di casa che si asciuga i capelli. Ha i suoi capelli blu e gli abiti di un nero pieno. Mi osserva divertita. Forse perch (me ne accorgo guardandomi nello specchio) ho le guance rosse e il cappello mi sta in testa in maniera ridicola.
Mi siedo anche io sul quel grigiore e le dico perch non rimasta in bagno ad asciugarsi i capelli.
Le ragazze non mi hanno detto nulla, non preoccuparti.
Alice
dici
ma veramente hai deciso?
non ti sento
spegni st phon gi fatto.
sicuro che lo volete questo figlio? sorride Alice, cos bella, sempre mia sorella: scema, ti faccio vedere io che piezzo e femmenona che esce.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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