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    <title>Invia il tuo racconto</title>
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    <description><![CDATA[In questo forum puoi inviare il tuo racconto. Se vuoi
recensire un racconto vai alla pagina RECENSISCI I RACCONTI]]></description>
    <language>it_IT</language>
    <pubDate>Wed, 19 May 2004 07:50:15 +0200</pubDate>
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      <title>invio racconto: Hammam della Rosa</title>
      <link>http://subway-letteratura.org/forum/read.php?2,8190,8190#msg-8190</link>
      <author>E. Misto'</author>
      <description><![CDATA[Racconto hard, erotico - sensuale

Hammam della Rosa

di E. Mistò

Dai, chiedimi cosa ho fatto ieri! Dai, chiedimi dove sono stata, non te ne pentirai...

Zazà era tornata da pochi giorni dalle Svalbard. Un viaggio sulla banchisa polare, sui ghiacci con le moto slitte, gli orsi che giravano attorno alle capanne usate come rifugio per la notte, dove di gradi ce n’erano meno cinque: una delizia confronto ai meno quaranta di giorno, con il vento che ti schiaffeggia il viso e la tormenta che ti permette di vedere solo 50 cm davanti a te.
Io avevo passato mesi e mesi in ufficio, senza un attimo di pace, con mille straordinari, telefonate, mail e neanche un week end per staccare dalla frenesia. Casa – ufficio – casa. Ero contenta, ma desideravo un’atmosfera rilassante, per me e il mio corpo.
Zazà ed io avevamo voglia di vederci, parlarci, passare del tempo insieme per fare il punto sui nostri sentimenti, le nostre sensazioni. Abbiamo sempre cercato questi spazi, nostri, in cui metterci a nudo, l’una di fronte all’altra, confidandoci tutto. A volte passano settimane senza vederci o, addirittura, chiamarci; in altri periodi, invece, abbiamo bisogno di parlarci tutti i giorni, magari anche due o tre volte al giorno. Il Gallotti rimane ancora scioccato quando ci vede e ci ascolta: ognuna inizia quattro discorsi alla volta, risponde e intercala con mille quesiti, stupori, affermazioni. E’ il nostro modo di comunicare. Siamo cugine, amiche, sorelle.
Sapevamo che avevano aperto un bagno turco per sole donne, proprio vicino a casa nostra. Stavamo aspettando l’occasione giusta, il tempo, o chi sa cosa per andare a provarlo, per sentirci gratificate dalla vita. Purtroppo c’era sempre un impegno o magari la lista d’attesa era infinita. Finalmente abbiamo chiamato e dopo due giorni ci hanno confermato l’appuntamento: qualcuna – pazza – aveva disdetto.

Pioveva. Era una giornata abbastanza fredda, nonostante fosse già aprile inoltrato. Avevamo deciso di trovarci lì davanti alle sei e mezza. Entrambe, sempre in giro in bicicletta e infreddolite, proprio quel giorno, eravamo a piedi: lei aveva, come suo solito, perso il mazzo di chiavi, ed io non avevo, come mio solito, una lira in tasca ed ero passata da casa a prenderli.
Per tutto il giorno non ho fatto altro che pensare a quel pomeriggio, ogni ora che passava era un’ora in meno verso la meta agognata. Già pregustavo la dolcezza di quell’esperienza dal mattino, dalla pausa pranzo, dal treno di ritorno verso casa. Era una preparazione, attimo per attimo, ad una nuova esperienza. Il tragitto l’ho fatto quasi volando, camminavo in fretta, sotto la pioggia, pensando alla sensazione di abbandono totale che mi avrebbe avvolto di lì a poco.
Zazà era già lì ad aspettarmi, come al solito lei era in anticipo e, come al solito, io ero in ritardo.

La prima sensazione è stata poco piacevole. Un ingresso spoglio, con mobili in ferro battuto, un computer, creme e saponi orientali in vendita. Tutto molto bello e curato, ma ...troppo curato... Poi siamo scese...

Lo spogliatoio era una piccola stanza semivuota. Degli stand per appendere i vestiti, un cubo per sedersi, non più di tre persone alla volta, e una serie di armadietti neri, numerati, per poter depositare la borsa. Abbiamo iniziato a spogliarci, eravamo sole, imbarazzate. Nonostante la nostra complicità, non ci eravamo mai spogliate completamente l’una davanti all’altra. Ma ora non potevamo fare altrimenti. Ogni tanto compariva qualche altra donna, nuda: dovevamo esserlo anche noi. Ci siamo tolte gli abiti, li abbiamo piegati e appesi agli attaccapanni. Qualcuno cadeva, non voleva stare su, come se anche il maglione fosse stato imbarazzato e non volesse seguire i nostri ordini, come volesse dire “no, un momento, aspetta, torna indietro!” Era una sensazione dolce: io capivo la sua timidezza e lei la mia, anche senza guardarci negli occhi, anzi, proprio senza guardarci negli occhi. Mancavano i reggiseni, poi, tolti anche quelli. Ci siamo avvolte negli asciugamani e abbiamo sfilato gli slip. Ok, è fatta, ora non si torna più indietro. E’ pazzesco come sembri più semplice mettere a nudo la propria anima, rispetto al proprio corpo. 

Il percorso aveva inizio con una doccia. Ce n’erano due e, ovviamente, non avevano tende o paratie per proteggere le proprie nudità. Tutto era aperto, altre donne passavano, ogni tanto, e tu dovevi superare l’imbarazzo e fare finta di niente. E anche lì dovevi fare uno sforzo su te stessa, per proseguire e continuare a fare finta di niente. 
Sempre senza guardarci, timorose e impacciate, abbiamo tolto gli asciugamani e ci siamo buttate sotto il getto di acqua tiepida. Un flusso uniforme. Sembrava di essere sotto una cascata. La temperatura perfetta, né calda, né fredda. Abbiamo iniziato a gioire dal piacere, all’idea di come ci saremmo sentite nelle sale successive, se già con una semplice doccia provavamo certe emozioni. Quella doccia ci aveva liberato dalle ultime inibizioni. Era un muro, una barriera tra il mondo esterno, carico di vergogna, e quel luogo pieno di misteri, dove sei libera di essere pienamente te stessa. Ogni volta che ci intravedevamo, era come se una pietra del nostro ritegno stesse cadendo, si stesse sciogliendo sotto quel getto di acqua tiepida. 
Ci siamo riavvolte negli asciugamani bianchi e siamo andate avanti.

Al di là di una porta, in fondo a un corridoio, si apriva il tepidarium, una grande sala con luci soffuse, pietra per terra e sulle pareti, fino a metà altezza, con delle panche in marmo, lungo il perimetro. Fontane mosaicate, zampilli di acqua dolce, vassoi con tè alla menta e dolcetti arabi. Ci siamo sedute con le schiene appoggiate alla parete, sorseggiando dai bicchierini di vetro quel tè amaro e particolare.
In quel momento non c’era nessun’altra presenza: cominciavamo a percepire la pace che avvolgeva quel luogo. Il silenzio delle voci umane, il leggero calore che aumentava pian piano, l’essere insieme e nude e vicino, la musica araba in sottofondo. Lentamente ci siamo accoccolate sulle panche, sentendoci sempre più a nostro agio, e abbiamo iniziato a parlare. Io adoro parlare con lei. In quei momenti sento che sto per fare ordine nella mia mente. Mi ascolta e non mi giudica. Posso raccontarle anche i sentimenti più segreti, scabrosi e forti, e so che lei sarà sempre vicino a me. Non si stupisce di niente, accetta tutto dell’altra persona, e non si spaventa. 
Ho parlato di te, di come mi incuriosisci, di come ho sempre voglia di vederti, parlarti, conoscerti meglio, capire la tua anima fino al midollo, stare insieme a te, attaccata a te ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, senza un attimo di riposo, come una tossica che ha bisogno della sua droga...o forse sono io la tua droga. Avrei voglia che tu mi toccassi. Avrei voglia delle tue mani sulle mie...sempre.
Il calore si faceva sempre più insistente, ma sopportabile. Era la sala dove potevi chiacchierare, mentre il tuo corpo si abituava lentamente alla calma e alla dolcezza di quel mondo, dimenticando il frastuono di Milano, la sua polvere, il suo smog, le sue piogge acide. Sentivi i pori dilatarsi lentamente e la gola ripulirsi, insieme ai polmoni.

Dopo circa mezz’ora è arrivata una ragazza di origine araba, di mezza età, capelli neri nascosti da un fazzoletto, con una ciotola di maschera all’argilla. Ha iniziato a spalmarcela sulla schiena, con delicatezza, invitandoci a distribuirla su tutto il corpo. L’asciugamano è scivolato ai nostri piedi e abbiamo seguito i suoi ordini come due scolarette intimidite. Senza guardarci abbiamo iniziato a massaggiarci le braccia, il ventre, il seno, le cosce, i polpacci e giù, giù fino alle dita dei piedi, su sui glutei, la curva dorsale tra i glutei e la schiena, il pube irto e arruffato, il viso, il collo. Movimenti ampi e circolari, senza un ordine o uno schema preciso, gesti ancora intimiditi e impacciati. La maschera grigia, morbida, ricopriva i nostri corpi. Mi sentivo immersa in un altro luogo, in un altro tempo. In mezzo alla natura, selvaggia, libera e aperta, senza gabbie o catene che ti imprigionano e ti impediscono di essere te stessa, anche se credi che non sia così. Puoi avere la vita più libera che vuoi, ma avrai sempre dei lacci che ti imprigionano, da cui però non vuoi essere sciolta.
Dopo qualche minuto la nostra mentore ci ha invitato a raggiungere il calidarium.

	Era una stanza piccola, forse non più di tre metri per tre. Una parete era occupata dalla porta e da una fontanella per rinfrescarsi, lungo le altre tre pareti correvano delle panche su cui si potevano sdraiare non più di due donne per lato. Non c’era nessuno quando siamo arrivate. Il bagno turco era totalmente a nostra disposizione. Lì, ormai, ogni rossore di vergogna era scomparso, ci siamo sdraiate, completamente nude, avvolte interamente da questa nuvola di vapore, cosparse di maschera all’argilla, come due primitive, solo gli occhi scintillanti baluginavano nella semi oscurità. Abbiamo riso, abbiamo continuato a confidarci i nostri segreti più intimi, abbiamo respirato in silenzio, godendo della pace, della serenità e del misticismo di quel luogo. Un mistero di come ci si possa sentire così nel cuore di una città trafficata e frenetica come Milano. 
 	Mi accarezzavo il corpo, invitata dall’argilla liscia – vellutata; il ventre, le cosce - si, sono sode, sono belle; i seni – turgidi; il viso - languido. La mano scorreva lungo la linea mediana del corpo. Dalla fronte percorreva il profilo del naso, tagliava le labbra socchiuse, saliva sul mento e scendeva per il collo, fino a scorrere lungo il plesso solare per quella linea immaginaria che arriva all’ombelico, palpitante, e ... Ho pensato a te, a come saresti impazzito di desiderio nel vedermi così, sdraiata, con le gambe sollevate, cosparsa di terra, sudata, fremente di desiderio per te, primordiale.
	Il respiro si faceva affannoso, il cuore batteva sempre di più, non so se per il calore che aumentava o per il desiderio incontenibile di fare l’amore con te. Immaginavo le tue dita fare pressione sul mio corpo, seguire i rigagnoli di sudore. Immaginavo le tue dita insinuarsi nel mio corpo, nelle pieghe più nascoste. Immaginavo i tuoi polpastrelli premere sul mio corpo e fare mille arabeschi sulla tela che ti invitavo a dipingere. Immaginavo che tu mi toccassi ovunque. La salivazione era quasi impazzita, come me. Volevo bere, per placare quella sete. Mi mordicchiavo le labbra sognando che in quel momento fossi tu a mordicchiarle a me, infilandoti con la lingua forte nella mia bocca, cercando e avvolgendo la mia lingua, succhiando e dissetandoci l’un l’altra. Se fossi stato lì con me non te ne saresti pentito...
	Avevo una goccia bollente che ritmicamente cadeva sul braccio. Era come se, puntualmente, qualcuno o qualcosa volesse ricordarmi che non c’eri, che eri solo nella mia mente, che avrei dovuto aspettare molto, prima di fare l’amore con te...
	Non ce la facevo più, l’emozione era troppo potente, il calore insopportabile, quasi sessanta gradi. Sono uscita a fare una doccia ghiacciata nella speranza di frenare, anzi, bloccare, eliminare completamente quelle emozioni. Era un sogno. Nient’altro che un sogno, una visione, una fantasia, un capriccio: la voglia di te. La doccia ghiacciata mi ha tolto il respiro. Il mio corpo sembrava stupefatto, perché capiva che neanche l’acqua più gelida riusciva a vincere il desiderio per te. Era erotico perfino fare una doccia fredda, pensando a te. Non so come mai non passava. Forse perché non potevo urlare, via, quella voglia di stare con te. L’acqua che cadeva potente sul mio corpo non riusciva a lavare via la mia smania per te. L’acqua ghiacciata sul corpo bruciato da te mi feriva: eppure tu rimanevi lì, con me. Tu eri lì a fare l’amore con me, come nel bagno turco e non ti levavi di torno, non mi facevi respirare, frenetico, forte, passionale. Mi toglievi il respiro, mi sentivo soffocare, pensando a te. Non riuscivo a vincere. Eri tu il più forte. Sono tornata dentro.
	Erano arrivate altre donne, nel frattempo. Corpi nudi e sudati, con una storia alle spalle che ignoravamo. Ognuna lì con la propria amica e confidente, con il proprio passato. Ma, in realtà, corpi vuoti, corpi al cui interno non avevo nessuna voglia di frugare, di scrutare, per capire cosa c’era. Ero concentrata su me stessa e su di noi. 
Eravamo tutte un po’ più strette, sedute, oppure semi sdraiate. Zazà ed io abbiamo occupato un lato. Ci siamo sdraiate l’una alle spalle dell’altra, testa contro testa, con le gambe sollevate sulle pareti di fronte a noi e il capo appoggiato sull’asciugamano. Vicine, sentivamo i nostri respiri unirsi al vapore e le nostre mani si accarezzano le braccia sollevate sui nostri visi.
Abbiamo ricominciato. Io e te abbiamo ricominciato. Non mi uscivi dalla mente. Il corpo, unto e morbido, l’argilla ormai sciolta - ne rimanevano poche tracce - sudata dalla fatica, il vapore, il languore, la temperatura alta. Vedevo le mie gambe, illuminate dalla luce delle candele vicino a me. Ti sarebbero piaciute, non avresti resistito. Le avresti toccate e le tue mani sarebbero scivolate per tutta la loro lunghezza, su e giù, avanti e indietro. Ero madida di sudore e di voglia di te. Mi sei entrato dentro. Mi sei entrato nell’anima. Bramavo che tu entrassi dentro di me anche con il tuo corpo. Non riesco a smettere di pensare a te. Sei un’ossessione, piacevole e terribile, frenetica e avvolgente. 

Non ce l’ho più fatta, l’emozione era troppo potente, sono uscita, ho fatto un’altra doccia e sono stata guidata, per mano, verso una panca di pietra per venire massaggiata. Ero nuda, totalmente, e non mi interessava più. La giovane ragazza mi ha sdraiato con il viso in su, ha disposto le mie braccia lungo il corpo e con il guanto ruvido ha iniziato a massaggiarmi. Ha iniziato dal ventre, attorno ai seni, lungo le braccia, sul dorso e sui palmi delle mani, poi giù le gambe, l’interno delle cosce, fino ai piedi. Un massaggio vigoroso, dolce e doloroso, grattava via le cellule morte, non sapendo che ormai non avevo più assolutamente nulla di morto in me, ma solo una vitalità potente, un desiderio folle di te. E il languore di te non scompariva, anzi aumentava. Mi ha girato a pancia in giù e i suoi massaggi sono proseguiti lungo la schiena, le spalle, i glutei, le cosce, seguendo la curva sinuosa dei polpacci. Dio, sarebbe stato meraviglioso se lo avessi fatto tu. Un uomo, capace, che guida la sua donna. Ero stordita. Il profumo di essenza di rosa inebriava l’aria e non capivo cosa esaltava in me tutte quelle sensazioni. Eri sempre dentro di me e non te ne andavi. Per un attimo ho pensato all’imbarazzo di trovarmi così, di fronte a quella giovane, ma pensavo anche che era il suo lavoro, che probabilmente vedere decine di corpi abbandonati al desiderio era, ormai, come vedere un guanto vuoto, un pallone sgonfiato preso a calci dalla vita, senza senso.
Poi mi ha fatto sedere, mi lasciavo guidare come una bambina: da lei, nei movimenti del corpo, da te nelle pieghe dello spirito. Mi ha bagnato con un getto di acqua tiepida, sciacquando via il dolore e il rossore, e ha iniziato a insaponarmi il corpo, poi i capelli, e il massaggio delicato e cortese ha preso il posto di quello aspro e granelloso. Ero abbandonata nelle sue mani esperte, ma infantili. Mi ha spalmato i capelli di balsamo lenitivo, me li ha avvolti in un asciugamano e mi ha condotto nel frigidarium.

La vasca idromassaggio, il frigidarium, è, dopo tutte quelle sensazioni, il luogo ideale che ti rilassa, lenisce e stempera le emozioni. Sei avvolta da quell’acqua che ribolle, con una temperatura non molto alta, sui venticinque – trenta gradi, e cominci a sentirti più rinfrancata e rilassata, i muscoli si sciolgono, eliminando quelle impressioni forti che hai vissuto fino a quel momento. La luce soffusa che proviene dal fondo della piccola piscina in marmo ti conduce all’abbandono totale, il respiro si fa più regolare e riesci a ritrovare la voglia di parlare con la tua compagna. 
Entrando e vedendo Zazà già lì, mi sono sentita coprire da un filo di rossore. Quando non ti abbandoni completamente all’emozione, ritrovandoti in uno stato primitivo, le convenzioni civili riprendono forza in te. Ma forse è meglio così: passare da uno stato di abbandono completo, ad uno di veglia cosciente, poi alla piena consapevolezza e di nuovo al rilassamento totale. 

Zazà mi ha lasciato e si è diretta verso l’ultima sala, la sala relax. Io invece sono rimasta, sola, nell’idromassaggio. Dopo un attimo è arrivata una donna e poi un’altra ancora. Volevano parlare, fare conversazione, commentare il luogo, criticare il comportamento di una o dell’altra, l’arredamento e le sale, il percorso o il profumo. Io no. Volevo godermi in solitudine tutta quell’acqua intorno a me, assaporare quel leggero sfinimento e intorpidimento delle membra, quelle bolle che mi circondavano. Rispondevo alle loro domande come un automa, non riuscivo a connettere, facevo fatica a seguire un ragionamento logico, le parole mi uscivano scollegate, ero in uno stato completo di stordimento. Totalmente frastornata, molle e fiacca. Volevo ripensare a te ed essere lasciata in pace, concentrarmi sul mio incontro con te. Guardavo le pareti che mi circondavano, il colore tenue, l’aroma forte delle rose. Ero tutta lascivia e languore. Deglutivo con fatica, respiravo con la bocca, ti guardavo con gli occhi della mente. L’hanno capito e la conversazione è scemata, ognuna avvolta dal proprio silenzio, immerse tutte nella quiete totale. 
Ho deciso di uscire. Mi sentivo una dea greca uscire dall’acqua, come Venere nata dal mare di Creta. Solo con il mio asciugamano avvolto sui capelli, mi sono sollevata dall’acqua e diretta verso la scaletta, completamente nuda, retta e sicura, con quelle donne che potevano vedere le mie rotondità. Ti ho immaginato lì a guardarmi, nuda, così come sono, senza maschere e senza trucco. 

Sono tornata nel tepidarium. Nel frattempo le donne erano aumentate, forse cinque o sei. Alcune insieme, un’altra sola, come me. Mi sono sdraiata lungo un lato, le gambe sollevate, gli occhi persi nel vuoto, come per cercare qualcosa o qualcuno, o te, nel bianco immenso del soffitto a volte. In sottofondo una musica orientale, calma, ma era solo l’inizio, era solo una calma apparente. Il ritmo incalzante, sempre più incalzante. I tamburi, sempre più veloci e sempre più potenti si fondevano al respiro che si faceva sempre più vibrante. Sì, tornavi. Il pensiero di te si sovrapponeva al ritmo forte di quella musica, carica di ricordi e di profumi. Le tue mani ruvide e colme di desiderio per me sul mio corpo liscio e levigato. Un impulso spontaneo e gioioso, che da pudico, casto e ritroso, quasi ingenuo, vergognoso e infantile si faceva sempre più sensuale, sfrontato, ossesso, appassionato e infuriato. Uno struggimento e un turbamento, io che ti guardavo sfacciata e puerile, carica di eccitamento e di ritrosia, irragionevole ed esaltata da questo sfinimento concitato e isterico.

Ho fatto un’altra doccia, l’ultima, ahimè, e sola, mi sono diretta verso la sala relax. Una stanza non molto grande, semi buia, profumata, come tutto quel luogo di piacere, di essenza di rosa. Tappeti alle pareti e per terra, cuscini, paraventi e tavolini bassi per potersi rilassare prima di riimmergersi nel trambusto della vita quotidiana. 
Una ragazza molto bella, dolce, con due labbra carnose e rosse e una voce delicata mi ha chiesto di asciugarmi e di stendermi sul lettino, promettendomi di farmi vivere gli ultimi istanti loro ospite con l’ultimo massaggio rilassante. Ho sfilato l’accappatoio e mi sono sdraiata. Molto dolcemente ha iniziato a massaggiarmi con la crema alla rosa, inebriante e intensa. Le sue piccole mani, madide di crema, mi hanno spalmato ovunque. E di nuovo il viso, i seni, il ventre e le gambe hanno ricominciato a palpitare. Mi ha girato, ha proseguito sulla schiena e i glutei, mi ha spostato le braccia, mi ha piegato: ero totalmente abbandonata tra le sue mani. Immaginavo te e le tue mani forti sul mio corpo, avrei preferito te. Te e le tue mani piene, te e l’olio di mandole, te e le tue mani esperte che sanno esattamente dove e come andare.

Ci siamo infine reincontrate, io e Zazà, nel tepidarium, dove abbiamo deciso di rimanere fino al momento della chiusura, alle dieci di sera, per rilassarci e godere fino all’ultimo di quella pace. C’erano altre donne, avvolte nei loro teli bianchi, tutte verso la fine del percorso, spossate e rilassate. Non avevamo voglia di parlare, ci bastava stare vicino, sapere che se avessimo avuto bisogno saremmo state lì, pronte, l’una per l’altra. Ognuna immersa nella propria mente, a seguire, o perdere, il filo logico dei propri pensieri. Poche frasi spezzate, un sorso di tè, un respiro profondo.

Nello spogliatoio ci siamo rivestite con tutta calma, quella vergogna iniziale era completamente scomparsa. Siamo uscite, continuava a piovere, ci siamo baciate e ognuna si è diretta verso la propria vita, consapevoli di aver vissuto, ancora insieme, un’esperienza importante.]]></description>
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      <pubDate>Wed, 19 May 2004 07:50:15 +0200</pubDate>
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