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Requiem in do maggiore...
Inviato da: Nycolas (---.sociologia.unimib.it)
Data: martedì, 18 maggio 2004 - 09:25

REQUIEM IN DO
MAGGIORE
Ulisse si svegliò, quella mattina, attento a non fare rumore, mentre la moglie, ancora, dormiva tra
le coperte e il cielo, fuori, era spento. Si fermò un secondo, sulla sponda del letto, recuperando i
suoi pensieri; infilò le pantofole abitudinarie che lo aspettavano in riva al comodino e, con gli
occhi quasi chiusi, raggiunse il bagno meccanicamente.
Lì, davanti allo specchio un po’ impolverato, si spalmò il viso di schiuma da barba, prese il rasoio
dall’armadietto e, con sapiente e antica delicatezza, si tagliò la gola.
Il sangue scorreva a fiotti sul pavimento, come un barattolo di inchiostro che si rovescia muto,
come un’idea che ti scappa dalla testa sfumando via. E Ulisse, quasi, si riempiva della sua morte
mano a mano che si svuotava di sé.
Con lentezza. Con indifferenza. Con una bellezza silenziosa.
Mentre esalava l’ultimo respiro, si alzò da terra e andò in cucina: lì bevve un caffelatte, ascoltò
superficialmente il radiogiornale che gracchiava le solite notizie e si preparò per andare a lavorare.
Sul treno, pieno di pendolari, tutti portavano lo stesso vestito; tutti avevano l’espressione triste di
un lunedì mattina; tutti leggevano un qualche giornale; tutti avrebbero voluto essere da un’altra
parte. Ulisse si fece prendere dal gorgo della folla che lo inghiottiva nel metro.
Fermata Cariddi: le sirene di un’ambulanza sparivano lontano, ma lui le dimenticava, come il
dolore che si portavano via insieme.
Salì in ufficio in ascensore con una dozzina di persone che si fissava le scarpe; sedette alla
scrivania ordinatissima e contò i suoi oggetti: un evidenziatore giallo della Stabilo Boss, una bic
nera una rossa una blu; la foto di Penelope che sorrideva maliziosa; un raccoglitore Leitz, ben
composto, accanto al portacenere in radica.
Cominciò a lavorare a una pratica chiusa in un cassetto, sistemò le graffe, qua e là sparse sul
campo di battaglia, e si buttò dalla finestra.
Erano venti i piani che lo separavano da terra: e poi, subito, diciannove, diciotto, l’aria frizzante
lo pungeva dietro il collo con, in strada, i passanti che si perdevano quell’imperdibile volo. Il 29
stava arrivando e Ulisse aveva passato una vita a cercare di prenderlo al volo. Otto, sette, sei,
l’asfalto diventava più doloroso al pensiero. Tre, due, uno…
Un dolore liberatorio gli esplose in corpo, mentre tutte le ossa si rompevano musicalmente; la
rotula rimbalzava a un paio di metri di distanza, gli organi interni si erano ammassati in un
rumoroso groviglio. Con i pensieri spappolati, Ulisse guardava la folla che lo circondava curiosa.
Le sirene, con un’eco lontana, questa volta arrivavano per lui… Il vociare indistinguibile del
nugolo di anonime forme (“Oh, caro cielo!” “Ma che disgrazia!”, “La macchina, @!#$ puttana!
È tutta sporca di sangue!”) lo raggiunse proprio nell’attimo in cui moriva.
Ulisse, allora, si alzò, si diede una ripulita alla giacca e si avviò per il marciapiede: “Tranquilli,
tranquilli! È tutto a posto! Sono morto! Non vi preoccupate! Siete stati carinissimi!” e così
continuava mentre un’amabile vecchina si sincerava, premurosa, dell’avvenuto decesso.
Il cielo, sempre più uggioso, sembrava guidare Ulisse a casaccio, come su un foglio bianco che
qualcuno deve scrivere, ma che lui si divertiva a cancellare. Una canzone brasiliana lo fece
sognare, per un attimo, in una danza che accennava tra i suoi pensieri.
Improvvisamente, come quando avverti il sintomo di una malattia per la prima volta, telefonò al
suo amico Diomede che non sentiva da tempi memorabili:
“Ulisse!!! Ma che piacere!” la voce sincera e sorpresa
“Ciao Diomede!” il nome riappacificato nel dirlo
“ Porc… Dimmi… Come stai? Cosa fai??? Cazzo, non so cosa dire… Che bello sentirti!”
“Ma niente, le solite cose. Lavoro tutto bene, in casa quattro bizze con Penelope, però nulla di
preoccupante. Ho un paio di idee per l’estate”
“Dai… Ma quando ci vediamo?”
“ Se ti va possiamo berci un aperitivo una di queste sere” diceva Ulisse avvicinandosi a una
vetrina di un negozio di Arredobagno: una vasca enorme, col rubinetto aperto in bolle
gorgoglianti, stava lì dimenticata.
“Cosa dici, facciamo questa sera?” Ulisse entrò nel negozio “C’è un locale molto carino, sui
Navigli”
“ Sì, sì, per me va bene” attaccò il phon alla presa sulla parete e si gettò in acqua.
Ah, piacevole consapevolezza del proprio corpo, mentre si abbrustolisce e tu senti ogni più piccolo
nervo che si contrae di dolore, trattenuto fino ad allora. Il cuore si gonfiava per l’eccessiva
pressione e Ulisse lo sentiva scoppiare, quasi, espandersi in tutti i più sconosciuti capillari che
spirano in un rantolo di fantasia.
Morto da quasi cinque minuti (il proprietario era impegnato con un altro cliente nelle lodi
smisurate della tazza a spruzzo autopulente della Meliconi), Ulisse fu finalmente tirato fuori,
asciugato per bene e salutato con cordialità.
Fuori, intanto, aveva cominciato a piovere e il contatto con l’acqua diede a Ulisse subito fastidio,
ora che si appallottolava in un piacevole teporino. Decise di andare a vedere una mostra di
fotografia, che lo aveva incuriosito nei manifesti affissi ovunque per la città. Tema della mostra
era il bacio e i più grandi fotografi del momento si erano annoiati a rubare emozioni tra le più
disparate: una coppia non vista, una mamma con il figlio accanto al padre che guarda accigliato…
Il bacio tenero tra due innamorati, visto dalla palla di cristallo di una cartomante che sorride.
Ulisse passeggiava rilassato tra i pannelli e sentiva la temperatura salirgli in petto. Sudava freddo,
tremava, provava un insopportabile dolore che gli smascherò, infine, sul braccio, il mefitico
bubbone di una peste fulminante. I deliri crescenti lo tormentavano mentre si agitava tutto, a terra,
in preda a feroci convulsioni. Prima che il guardiano della mostra potesse accorrere, morì.
Poi si incamminò verso casa, dove si uccise ancora facendosi investire da un tram, rimanendo
coinvolto in una sparatoria davanti a una banca rapinata e colpito da un infarto che lo sbatteva a
terra improvviso.
E ancora, rotolando per chilometri di scale e rompendosi il collo, respirando con trasporto una
bombola di gas alla Ferramenta Loto, soffocandosi con il cuscino del Grande Fratello sotto gli
occhi disinteressati della commessa di un centro commerciale.
A sera, con una stanchezza riposata, salì finalmente in casa. Girò la chiave nella serratura e avvertì
il tanto familiare scricchiolio della porta da oliare.
Bevve una tisana avvelenata morendo sul colpo, indossò il pigiama a righe azzurre con la macchia
da caffè sul fianco destro, e andò in camera.
Lì si sedette sulla sponda del letto, mise in ordine le pantofole in riva al comodino e, gettando
un’occhiata a sua moglie che dormiva, mise il tappo alla biro e la sistemò con cura nel portapenne
a forma di cavallo che stava accanto all’abat-jour.
“Ulisse! Tsk…” disse sorridendo ironico
Come se si fosse rotta la trama dei suoi sogni, la moglie, fino a quel punto immobile, sbattè le
palpebre e, con voce stiracchiata, disse:
“Mmmh, ciao amore… Passato una buona giornata? Come ti senti?”
E lui rispose baciandola: “Vivo!”



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