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La Domenica delle Palme
Inviato da: Annalisa Valente (62.101.84.---)
Data: lunedì, 26 maggio 2003 - 03:55

Un momento catartico. Da quando sono entrata nell’età della ragione, della consapevolezza del logorio della vita moderna, dello stress indotto del mondo, la domenica delle Palme resta il mio momento di assoluta catarsi spirituale, quasi fisica. Credo in Dio ma sono peccaminosamente pigra, non sento il bisogno di andare a messa per sentirmi una buona cristiana, abito lontana dalla chiesa, e l’elenco potrebbe allungarsi di molto.
Ma la domenica delle Palme non c’è pigrizia che tenga. Abbatto le distanze, combatto il torpore, punto la sveglia e all’ora prestabilita prima che tutto cominci sono già lì. La benedizione dei ramoscelli d’ulivo in piazzetta e la breve processione per arrivare in chiesa con i chierichetti e i bambini che
reggono a fatica rami di alberi di palma più grandi di loro sono i momenti più suggestivi, quelli che mi restano dentro in maniera toccante e indelebile.
Non me la perderei per nulla al mondo. Potrei non mettere piede in chiesa tutto l’anno, nemmeno per Natale o Pasqua. Ma la domenica delle Palme non si tocca. E così, come ogni anno, anche stamattina sono qua, con sei ore di sonno che alla domenica mattina sono davvero poche, una ricca cena con gli amici, ancora tutta da digerire e la prospettiva di un pranzo inaugurale,
altrettanto lauto, nella nuova casa di mio fratello.
Io che alla domenica mi aggrappo con le unghie e con i denti,
che è il mio unico giorno di riposo vero, assoluto, completo,
totalmente egoistico. A volte dedito anche un po’ al cazzeggio.
Ma oggi è una giornata da fotografare.
Il sole splende alto nel cielo, la temperatura si è rialzata
improvvisamente, dopo che solo ieri faceva un freddo cane,
pioveva ed erano giorni che non sembrava nemmeno primavera.
E allora via il cappotto imbottito in cui mi sono riparata fino a ieri e vai con il piumino senza maniche, nuovo di zecca, che
ancora non ho avuto l’occasione giusta di indossare.
In poco più di un quarto d’ora sono nella piazzetta del
municipio, che si sta riempiendo di gente, che offre raccoglitori pieni zeppi di rami d’ulivo di tutte le dimensioni e piccole ceste che sfiorano il pavimento con eccessiva grazia e che raccolgono le offerte facoltative dei fedeli. Contengono pochi centesimi.
Tutt’intorno è un vociare di ragazzini e di genitori che li tengono a bada. Io da sola non mi sento sola, se non per un minuto, quando, dopo aver preso i miei ramoscelli, cerco con lo
sguardo qualcuno che possa somigliare alla mamma, con cui
compiere il breve tragitto della processione fino alla chiesa al
di là della strada. Dove la maggior parte dei partecipanti alla
messa è già arrivata e si è accaparrata i posti migliori. Altro che processione.
Ma non m’importa, nemmeno se non trovo un surrogato della mamma.
Nessuna mi ricorda lei e forse è meglio così. Non si dice sempre
che di mamma ce n’è una sola?
Mi incammino insieme agli altri, verso il sole, e verso la
celebrazione eucaristica. Entro, insieme a una marea di persone,
visto che in processione non eravamo proprio quattro gatti, e mi infilo nella grande chiesa, già stipata, che però riesce a contenerci tutti.
Grandi e piccoli, non fa alcuna differenza.
Io mi colloco sul lato destro di fronte all’altare principale e decido che seguirò tutta la messa da lì. Ci metto un attimo a capire a quale scomodità mi sia appellata, quello è un posto di passaggio, tra la parte anteriore e quella posteriore della navata. I bimbi hanno i posti prenotati davanti, tranne quelli che tra poco riceveranno la Cresima. Loro si dispongono a semicerchio sull’altare e agitano le enormi palme tutte intorno a don Giuseppe.
Ma anche gli adulti non scherzano, e prima di decidere come
sistemarsi ci impiegano un po’. Pazienza, vorrà dire che all’occorrenza mi sposterò. In fondo non mi costa più di tanto,
sono già in piedi. Alla mia sinistra, pochi passi indietro, qualcuno dice a qualcun altro che bisognerebbe suggerire al parroco di allargare ulteriormente la chiesa. Mi volto, seguendo quella voce. E lo vedo. E’ fermo tra due amici, quello alla sua destra, il più vicino a me, che parla di ristrutturazioni. Quello alla sua sinistra ha un braccio rotto. Tra i tre trovo che sia il più carino. E’ vero, non frequento molto la chiesa, ma, andando a spanne, non ricordo di aver mai incrociato durante una messa domenicale un paio d’occhi così belli e intriganti. Probabilmente ha anche qualche anno meno di me. Lancio un’occhiata diretta alle sue mani per vedere se porta
la fede, se è sposato. Non è completamente indicativo, lo so. Ma
quando sei single e fregata più volte, ti stai pericolosamente avvicinando ai trentacinque e pensi con maggior calore all’eventuale compagnia di un cane piuttosto che a quella di un uomo, capita molto più di frequente di quanto non si riesca a credere.
Comunque le sue mani sono libere, chissà se lui si è accorto di dove mi è cascato l’occhio. Non mi stupirei se qualche esperto in manie comportamentali mi confermasse che si tratta di un fenomeno tipicamente femminile.
Lo guardo meglio. Capelli castano chiari, occhi verdi, carnagione chiara, tipo snello. Il punto è che mi guarda anche lui, ma probabilmente ci rendiamo conto che la chiesa, non importa quanto gremita sia, non è certamente il posto più adatto per rompere il ghiaccio. Ammesso che lui sia uno di quei pochissimi dotati di quel giusto pizzico di coraggio per fare il primo passo, con la più banale delle scuse. Anche in mezzo a tutta quella gente. Ma figuriamoci.
Meglio seguire la messa, in fondo sono qui per questo, per ascoltare la parola del Signore, mica per distrarmi. Già il senso iniziale di purificazione sembra stia prendendo il largo e questa cosa mi fa notevolmente incavolare. Mi concentro quindi su ciò che dice don Giuseppe e sulle belle immagini che mi scorrono di fronte e che hanno come palcoscenico quell’altare addobbato a festa, con vasi colmi di rose rosse, sicuramente un omaggio alla Madonna, e rami di alberi di palma in ogni angolo
libero. Un vero tripudio.
Ma sul più bello, l’irreparabile incombe. Il don parla, intervallato nei momenti giusti dal coro accompagnato dall’organo. Però. Qualcuno deve aver fatto qualche registrazione, a suo tempo, per quei rari casi di abbassamento di voce del parroco che possono subentrare di punto in bianco. Esiste evidentemente una cassetta, e in quel momento ignoro veramente chi ne sia in possesso. Già è difficile prendere atto, in diretta, dell’esistenza di una registrazione.
Ma così è. E la registrazione, mentre il don parla e il coro gli fa eco, parte. Da sola. Giunge dall’alto, dagli angoli, da qualche punto imprecisato della chiesa gremita di gente, la voce registrata, a tratti, a singhiozzi, dello stesso don Giuseppe, incisa su quel nastro chissà quando. Impossibile capire ciò che la registrazione dice, le frasi sono spezzate, come se qualcuno tentasse di fermare un registratore che va a tutto volume e in completa autonomia. E, a rendere comico il tutto, c’è che questi frammenti altisonanti di voce registrata arrivano durante la celebrazione, di punto in bianco, ad alternarsi o addirittura coprire ciò che il don sta dicendo in quel momento, sull’altare. E, come se non bastasse, a incunearsi anche tra le note dei canti del coro accompagnato dall’organo che sopraggiungono nei momenti topici della celebrazione. Cerco dentro di me spiegazioni che non arrivano, guardo l’organista che,
per tutta risposta, lancia occhiate non meglio definibili ai coristi e poi si guarda intorno con aria interrogativa e smarrita. Che qualcuno stia facendo uno scherzo?
So che non dovrei, ma la tentazione è forte. Mi volto a guardare
i tre moschettieri alla mia sinistra. Ridono sotto i baffi.

Così come è iniziato, il fenomeno paranormale cessa, ridando
tranquillità e un proseguimento decoroso alla santa messa. I
bambini più piccoli fanno sentire le loro vocine nei momenti di
silenzio e raccoglimento. Tutto procede fino alla prima lettura
e al salmo responsoriale. Ma poi, il buio. Che fine ha fatto il
candidato alla seconda lettura? Altare e fedeli ammutoliscono,
in un senso di attesa impotente e senza tempo. Il pulpito resta
orfano di un oratore.
E allora, senza che nessuno lo interpelli, piomba sull’altare
proprio lui, il mio moschettiere preferito, senza nome come
gli altri tre. Ma a me basterebbe sapere il suo, anche solo per
ringraziarlo di aver tolto, in un attimo, prete e chierichetti da un profondo imbarazzo.
Arriva lui e salva la seconda lettura. Perfetto, la celebrazione
può proseguire. A mente fredda mi convinco che nemmeno
se l’avessero provata il giorno prima, ne sarebbe venuta fuori
una cosa così. Poi purtroppo mi distraggo. La mia soglia di
attenzione si sta pericolosamente abbassando. Che mi stia
lentamente disabituando ai ritmi ecclesiastici per scarsa
praticabilità? Mi distraggo proprio durante la lettura del Vangelo, eseguita dal don. Lo vedo, lui è lì di fronte a me, che legge senza scomporsi. E io lo osservo come se guardassi un film
muto. Termina e io non so assolutamente cosa ha letto tutto
il tempo, non so quale fosse il Vangelo di oggi. Complimenti a me.
Vorrei recuperare con la predica, confidando nel fatto che il
parroco si ricordi di accennare a quello che secondo me, quest’
anno, è il profondo significato di questa Pasqua. Con una guerra
che vede coinvolta una larga fetta del mondo ricco e capitalista.
Mai come stavolta la parola pace non è solo una parola, non sono
solo quattro lettere prese e messe in sequenza, bensì un valore
profondo e coinvolgente da applicare e dedicare al dramma che
le popolazioni arabe, e non solo, stanno vivendo. Che poi. Se ci
ricordassimo giusto ogni tanto che il mondo è un perenne focolaio di conflitti, grandi e piccoli, ci accorgeremmo che la pace vera è sofferenza e conquista. In ogni caso, mai una parola.
Ma niente, il parroco preferisce glissare alla grande
sull’argomento, cercando di attenersi esclusivamente al concetto
canonico di pace. Quello che va bene tutto l’anno.
A un certo punto il don ci chiede di scambiarci un segno di pace. Bene, almeno riuscirò a sfiorare qualche centimetro di pelle del moschettiere dagli occhi verdi.

La celebrazione si fa intensa, sta per avvicinarsi al momento
della Comunione e ogni tanto qualche sguardo al moschettiere
parte in automatico. Fino al momento di massimo raccoglimento
che precede la lunga fila di fedeli pronti a ricevere il corpo di Cristo.
Il silenzio è suggestivo, il don si produce in un assolo mistico di tutto rispetto e della massima devozione. Uno di quei momenti in cui il silenzio è d’oro, prima che d’obbligo.
Ma, dal fondo della navata di sinistra, parte la suoneria di
un cellulare. Riconosco la canzoncina, è quella che fa “We wish
you a merry Christmas”. Fosse almeno in tema.
Di una cosa sono assolutamente certa, in quel momento. Vuoti
di memoria a parte, se fossi stata io la proprietaria di quel cellulare, in quel preciso istante la mia faccia avrebbe assunto un vaga colorazione sull’arancione, destinata a variare subito dopo in rosso vermiglio, poi rosso porpora, per sfumare infine in un’amena spruzzata di viola acceso. Il tutto, prima di trivellare il pavimento con tutta la forza della vergogna di cui sarei capace e sprofondare nelle cantine della parrocchia.

Anche questa empasse viene superata più o meno brillantemente
con una grande prestazione del don, che prosegue a celebrare
senza batter ciglio perché un momento del genere non può
mica essere interrotto da un rimprovero pagano e irriverente.
Un numero impressionante di fedeli si mette in fila per ricevere
l’eucaristia e io resto colpita dalla copiosa bellezza di tutte
quelle anime che, lo sento, ci credono veramente fino in fondo. Mi auguro che almeno la maggior parte di loro siano andate a confessarsi, ieri o il giorno prima. Senza tentare di fare cumulo con una chiacchierata privata al parroco
fatta all’inizio del mese e con cui pensano di essersi abbonati a uno stock di ostie consacrate. Che non rappresentano certamente l’obiettivo finale di una raccolta punti fedeltà, bensì un regalo intimo e profondo.

Ma poi, prima della benedizione finale e di lasciarci andare in pace, il don agisce d’astuzia. E si mette là sul pulpito a snocciolare tutti gli appuntamenti della settimana santa, le dritte per non perdersi nemmeno una funzione, gli orari per i ragazzi, quelli per gli adulti, gli avvisi ai naviganti, i consigli per gli acquisti. Volete la benedizione? E allora adesso vi sorbite tutta la manfrina e non andate via fino a
che non ho finito. Poco ci manca che l’appello finale duri quanto la messa stessa. Interessante da ascoltare, contiene dei risvolti veramente inaspettati e degni di nota.

Per tutta la settimana sarà qui un prete che arriva appositamente da Roma. Viene qui per guadagnare qualcosa che lo aiuti nei suoi studi, per cui vediamo di non fare brutta figura. Lui sa che noi siamo una cittadina ricca, dimostriamoglielo, cerchiamo di non essere meno generosi dei paesi vicini.
Sì, è da molto che non vengo a messa. Probabilmente è
normale infilare questi spot commerciali prima della benedizione
nel nome di Dio Padre Onnipotente. Così come, allora, è consueto
far squillare un cellulare o far partire una registrazione
fantasma nel bel mezzo di una celebrazione. Sgrano gli occhi, temo che se spalancassi la bocca di fronte all’invito del don, più d’uno, lì vicino, mi noterebbe. Ma noto con piacere che non sono proprio sola. Qualche signora di mezza età, di quelle vestite per benino, perché oggi è festa, se la ridacchia di nascosto.

E poi. Voi potete venire a messa anche tutti i giorni dell’anno, ma se saltate la celebrazione del giovedì santo tutti i vostri gesti, seppure di cuore, seppure sentiti e spontanei, seppure dettati dalla fede, non servono assolutamente a nulla. E’ dalla partecipazione alla funzione del giovedì santo che si vede chi è un vero cristiano e chi no. Se tu verrai alla celebrazione del giovedì santo allora sì che potrai essere definito un buon cristiano.
Mi verrebbe da porre una serie di domande che terrò per me.
Mi scusi don, ma per lei cosa significa essere cristiano? Cercare di essere puntualmente a messa tutte le domeniche, farsi vedere da lei, senza necessariamente seguire per filo e per segno ogni suo gesto e ogni sua parola e poi continuare tutta la settimana a comportarci da stupidi, tanto la cosa importante è che domenica scorsa eravamo a messa?
Cosa significa essere cristiano, che entrare in una chiesa vuota, fare il segno della croce, accendere un cero e sedersi dieci minuti a pensare, a parlare con Dio, a cercare un minuto per sé o un po’ di raccoglimento non vuol dire nulla se lo facciamo in un anonimo mercoledì di agosto? O se non parteciperemo alla messa della domenica successiva?
Mi scusi don, ma secondo lei riuscire a vedere Dio negli occhi di un bambino, di un malato terminale, dei propri genitori, di un amico in difficoltà, in uno schiaffo volutamente non restituito, in una giornata di sole quando stai morendo dentro, non significa essere cristiano?
Mi scusi don, ma secondo lei, se io occupo qualche ora della settimana, che sia la domenica mattina, il sabato pomeriggio o la pausa pranzo del martedì a fare volontariato in ospedale, a leggere una favola a un bambino che non avrà futuro, ad andare a pulire e a dare da mangiare agli ospiti di un canile che resteranno abbandonati perché nessuno li vorrà senza un decente pedigree, non faccio messa?
Mi scusi don, ma per gli studi che ha fatto lei da ragazzo,
sicuramente costosi e prestigiosi, cosa significa fare messa?
Stare esclusivamente dietro a un altare a chiedere soldi ai fedeli durante la celebrazione della domenica delle Palme?

E poi, gran finale con il botto. Leggete il bollettino della
parrocchia, ne sono state stampate tante copie in più, prendetele all’uscita, sono lì che vi aspettano. E’ da lì che dovete attingere tutti gli orari delle celebrazioni della settimana santa se non ve li ricordate, il programma è dettagliato. Non telefonate in chiesa per sapere l’orario delle messe. Chiaro che io rispondo e ve li dico, ma non telefonate in chiesa per chiedere queste cose. Prendete il bollettino parrocchiale.
Caspita. IO ho telefonato ieri mattina per sapere gli orari della messa di oggi, quella con la processione con i ramoscelli d’ulivo, i bambini, i chierichetti e tutto il resto. E lui è stato anche gentile. E io lo prenderò, il bollettino parrocchiale, se il don mi benedice e mi lascia andare. Lo prenderò, promesso. Ma ieri non l’avevo. In fondo non mi sembra di aver combinato chissà quale marachella. E poi la parrocchia non dovrebbe essere al servizio dei fedeli? Chissà in quanti si saranno attaccati alla cornetta.
Ma se ha sempre attaccata la segreteria, puntualizzano sottovoce
i tre moschettieri alla mia sinistra. Vero, è capitato anche a me. Se non telefoni negli orari consueti per una
parrocchia, la voce ovattata di don Giuseppe ti chiede di lasciargli un messaggio.

Poi, finalmente la benedizione. Mi inchino, mi segno, mi avvio
verso l’uscita, dando per sempre le spalle al moschettiere dagli
occhi verdi e senza nome. Naturalmente prima passo a ritirare la mia brava copia del bollettino parrocchiale. Torno fuori, nel sagrato, sotto il sole stranamente cocente di questa domenica pur sempre meravigliosa, che lascia buone speranze, anche di natura meteorologica, per il futuro. Ritorno sui miei passi, lungo la strada da cui sono arrivata, con i miei ramoscelli d’ulivo stretti in una mano. Riaccendo il cellulare e mi riprendo la mia giornata, col cuore disseminato in
parte su quell’altare così magico e così contraddittorio. Nonostante tutto, nonostante i sermoni del don. Non mi volto nemmeno a cercare con lo sguardo il moschettiere misterioso. Preferisco sparire così, subito, alla chetichella. Perché so che non sarebbe successo nulla comunque, che la chiesa non è il luogo adatto per raccogliere l’attimo fuggente, che le infatuazioni, di un minuto o di un’ora, non sono mai costruttive. Né tanto meno catartiche. Servono solo a raccontare una storiella, possibilmente simpatica.



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