L'ombelico
Inviato da:
Fraki (---.29-151.libero.it)
Data: sabato, 24 maggio 2003 - 08:39
L’ombelico
Ho fatto il piercing all’ombelico perché mi sembrava una cosa giusta. Ora se ne sta lì, piccolo e luccicante a decorare il centro nevralgico della mia pancia. È un anellino dorato, non eccessivamente vistoso, e mi piace da matti. Sono due giorni che me lo guardo, miro e rimiro questo gioiellino che decora il mio già splendido ombelico.
A me faceva schifo il mio ombelico. Fino a poco tempo fa, lo guardavo e lo trovavo disgustoso, nella sua imperfetta interruzione della superficie liscia della mia pancia. Mi sembrava un affronto, un particolare stonato in mezzo alla naturale perfezione della pelle. Però è piccolo, il mio ombelico, non come quello di certe donne che ci potrebbe passare un tram. Quelli grandi sembrano caverne e sono inquietanti, malefici, sembra che portino al nulla tanto sono bui. Il mio invece è comprensibile, a misura d’occhio umano, si vede tutto dentro e non ci sono angoli nascosti. O meglio, sì uno piccolino c’è per forza, ma è normale, mica come quelle cavallone che hanno la voragine in mezzo alla pancia. E la mia pancia è carina, liscia, piatta, tutta da accarezzare come fa il mio moroso Marco quando ci facciamo le coccole. A lui piace che io metta le magliette corte così mi vede sempre lì e dice che è fiero di portarmi in giro con questo pancino tonico da mostrare a tutti.
A me Marco piace sì e no. È bello, su questo non c’è dubbio, ma non mi convince del tutto. Però ci sto dentro quando al sabato sera andiamo al Bloom e giriamo mano nella mano un po’ ubriachi e limoniamo ogni quarto d’ora e mi sento proprio al centro dell’invidia di tutte quelle lì che sono da sole e magari ce l’avessero, uno coi rasta che le tiene per mano e le bacia ogni quarto d’ora. E invece non ce l’hanno, e io sì. Me lo ripeto sempre quando sono ansiosa o incazzata e vorrei mollarlo perché non capisce niente di quello che vorrei che capisse. Intanto io ce l’ho, e sabato sera mi viene a prendere con la cinquecento gialla e mi porta al Bloom. Prima mica ce l’avevo il passaggio per andare al Bloom, e dovevo sempre sperare che mia sorella ci andasse e rimediasse un posticino anche per me, così arrivavo là e facevo quattro chiacchere col barista che era un mio compagno delle elementari. Bevevo tre o quattro cuba e se mi andava bene incontravo qualcuno che conoscevo e ballavamo i Nirvana e Bob Marley e gli Offspring tutte prese bene, fino alla chiusura quando Gino il proprietario ci mandava via. Questo sì che era un sabato decente. Ma ora non c’è più il problema del passaggio, Marco ci vuole sempre andare e mi ci porta tutte le volte.
Sono proprio una ragazza fortunata. Vado persino bene a scuola, soprattutto in scienze, e la prof. mi dice sempre che sono una “mente” e che andrò lontano se mi vesto un po’ meglio e butto via i pantaloni larghi da skater. Ma almeno hanno la vita bassa e ora posso far vedere a tutti il mio anellino traforato.
L’altra domenica io e Marco siamo andati al lago. Mi è venuto a prendere alle due e siamo partiti per andare a sdraiarci su una spiaggetta piena di sassi a farci le coccole. Il lago era tutto blu, ma io mi guardavo l’ombelico e mi faceva ancora schifo. Poi ci baciavamo e non ci pensavo più per un po’, ma alla fine avevo sempre ‘sto pensiero che volevo eliminarlo, mi dava fastidio ed era proprio un problema, uffa. Poi ho pensato una cosa strana, e cioè che Marco era un po’ come il mio ombelico perché pensarlo mi dava sempre fastidio. Ho immaginato, così, senza badarci troppo, che se Marco non c’era all’ombelico spariva il fastidio. Poi mi sono spaventata, perché se Marco non ci fosse più stato allora addio Bloom il sabato sera, e tanti saluti. In un certo senso era proprio come se avesse parlato lui, il famigerato bottoncino sulla pancia. Diedi la colpa alla canna che ci eravamo appena fatti, ma in fondo ci pensavo ancora quando sono tornata a casa, e ci pensavo ancora il giorno dopo e per tutta la settimana non ho fatto altro che girare intorno al pensiero. Una sera avevo proprio mal di pancia e ho vomitato. Mi sono guardata lì…e il mio ombelico era come se sorridesse, dicendomi, non ti preoccupare, ci sono io, non rimani sola. Sì, però poi chi mi portava al Bloom? Facendo due conti, decisi che era più accattivante quel mezzo siìorriso che avevo visto che andare al Bloom. Tanto dopo un po’ stufava, la musica era sempre la stessa e avrei trovato un posto più vicino, magari, dove potevo andare in motorino. Sì, insomma, a conti fatti potevo fare la pace con quel poveretto che se ne stava lì dalla mia nascita e che avevo trattato così male.
Io questo discorso a Marco l’ho spiegato quando ci siamo lasciati, ma non sono sicura che l’abbia capito, forse pensa che sono matta ma intanto io sono tutta contenta perché ogni volta che mi guardo l’ombelico lui mi sorride.