Tu la rosa, io il deserto
Inviato da:
Fabrizio Rinaldi (---.cust-adsl.tiscali.it)
Data: giovedì, 14 dicembre 2006 - 10:32
TU LA ROSA, IO IL DESERTO
Soffiava un vento diabolico quella sera, ti feriva le orecchie e intorno a noi solo l’ingresso del cinema pareva un rifugio accogliente disposto a salvarci. Frascati non aveva mai conosciuto un febbraio così gelido. Ricordava la Russia.
Un silenzio surreale. Come se ogni suono, ogni bisbiglio, fosse stato soffocato da quel freddo e morto all’istante. Congelato.
Solo il rombo esitante di una Ford Fiesta ci ricondusse di nuovo alla vita, e sentimmo lo sguardo di tre ragazze posarsi su di noi in un’espressione divertita e fuggevole, mentre la vettura tagliava l’asfalto e proseguiva la sua corsa.
Noi stavamo seduti sugli scalini davanti alla Multisala Politeama, fumando a tratti una sigaretta che il vento ormai aspirava da sola. Qualche coppia di innamorati ci scivolava accanto e poi entrava nel cinema. Nient’altro.
Faceva davvero freddo.
A quelle ragazze sarà sembrato di osservare un paesaggio siberiano, visto di sfuggita da un finestrino, nella stessa immagine che si può presentare ad un uomo in viaggio sulla Transiberiana, che in un momento di solitudine osserva il mondo di fuori per cercare di ingannare il tempo e un’attesa infinita che lo divide dall’arrivo.
L’unica differenza era che queste ragazze ridevano, senza soffrire il tempo e la solitudine, e noi non stavamo in Russia. Altrimenti avremmo tenuto in mano una vodka e il viso indurito da piccoli baffi, brindando agli zar di cento anni fa, invece di stringere tra le dita una stupida Peroni e sbatterla tra noi, in un cozzare di finti vetri, ripetendo tutti insieme “ alla nostra “.
Ma d’improvviso la monotonia di quegli attimi si distrusse e il tempo si dilatò a suo volere, perchè quelle tre ragazze, stupende a guardarle da vicino, ci passarono affianco e incrociarono il nostro sguardo. Stavano per entrare nel cinema. Ma noi le chiudemmo la strada.
Una aveva i capelli biondi, il viso che ricordava gli angeli e una giacca lunga, troppo lunga, che non lasciava intravedere altro.
Un’altra, invece, era truccata come una battona di alto rango, e una minigonna sottile ti portava a fantasticare su di lei le peggiori perversioni, mentre esponeva al freddo un seno esagerato.
Dietro di loro procedeva tranquilla l’ultima ragazza. E i miei occhi si persero subito in lei. Era bellissima, e qualcosa di più.
Capelli neri, occhi verdi, labbra sottili dipinte con un rossetto leggero, nasino all’insù come i francesi, e un corpo mediterraneo che ti attraeva a sé come una sirena in mezzo all’oceano. Smalto viola sulle unghie. Acqua di giò a profumare la notte.
Ci fu un tentativo di approccio.
Maurizio e Valerio, i miei due amici, si avvicinarono a loro, con uno sguardo coatto sul viso e una padronanza esagerata nei comportamenti. Come se tutto gli fosse dovuto.
<< Ehi belle, venite anche voi al cinema ? Perchè non ce lo vediamo insieme il film ? >>
Un attimo di pausa. Un incrocio di sguardi.
<< Offriamo noi >>
La ragazza con la minigonna sottile abbozzò un sorriso e si avvicinò a noi.
<< E perchè ? >>
<< Perchè poi ci divertiamo… >>
E Maurizio le sfiorò i capelli con la mano. E poi quella stessa mano provò a scivolare più giù.
<< Ehi ! Ma chi cazzo ti credi di essere ? >>
Lo spinse via, infastidita, e poi lei e le sue amiche entrarono nel cinema.
Per tutto il tempo della scenata, quella ragazza con gli occhi verdi mi rivolse lo sguardo e io lo ricambiai senza capire.
Alla fine mi sorrise, ironica.
<< Begli amici che hai >>
E io rimasi lì, sotto di lei, in silenzio. Poi fuggì via, senza degnarmi di un ultimo sguardo. Indifferente a me e al mondo che la circondava.
Maurizio, incazzato, bevve l’ultimo sorso di birra e iniziò a rullare una canna.
<< Le donne sono tutte zoccole >>
E poi non ci rivelammo altro. Il fumo della canna si estese nell’aria e parve concludere nel vuoto quella serata.
Dieci euro di erba. Un torpore generale.
L’ultimo tiro fu di Valerio e poi il mozzicone di veleni morì nell’asfalto.
<< Ragazzi, io vado a casa. Voi che fate ? >>
<< E aspetta un attimo, per Dio >>
<Maurizio, guarda che io la mattina lavoro. Non faccio il borghese come te >
Negli occhi di Maurizio crebbe improvvisa una scintilla di rabbia. E io mi ricordai le sensazioni che lui stesso mi aveva rivelato alcuni giorni prima.
Sono tre anni che vado all’Università e ancora non ho concluso un cazzo. E i miei ancora non lo capiscono.
<< Valerio sei un bastardo. Davvero. Comunque strappo un passaggio da te. Flavio, tu che fai ? >>
Ma io non risposi subito. Dentro di me albeggiava un solo pensiero. Quegli occhi verdi che mi avevano rapito e che non si potevano dimenticare. Un solo pensiero. E una sola cosa da fare. Conoscere quella ragazza.
<< Io resto qui. Mi fumo una sigaretta e poi vado via >>
Era la prima volta che mentivo ai miei amici.
Seguì un’ora di gelo, assoluto, perchè rimasi immobile e afflitto da un’attesa che non finiva mai. Più volte sentii il desiderio di fuggire via, ma perdurai nel mio intento.
E infine la fatica fu premiata.
Lei finalmente uscì dal cinema. Era insieme alle sue amiche. Catturai la sua attenzione e subito mi rivolse uno sguardo di fuoco, attraverso due occhi scoperti e bellissimi.
Trascurando le altre due ragazze, mi avvicinai a lei.
<< Senti… volevo chiederti scusa per i miei amici >>
<< Lasciali perdere, se non sei come loro >>
Mi aveva colpito bene. Nel mio punto più fragile. Ma finsi di non aver ricevuto il colpo.
<< Comunque io mi chiamo Flavio. E tu ? >>
<< Martina. Adesso scusami, ma devo andare >>
< Aspetta! E…che dire…beh, senti Martina, ma non ci possiamo rivedere ? >
<< Vai troppo di fretta, bello, e comunque credo proprio di no. In questo periodo sono troppo impegnata con l’Università >>
<< Che studi ? >>
<< Botanica >>
<< Ti piace la natura ? >>
Lei arrestò per un attimo i suoi pensieri.
<< E’ la mia vita >>
<< Allora passo io da te. Magari ti trovo all’Orto Botanico, a Roma >>
<< Può darsi >>
<< Di solito, quando ci vai ? >>
Vidi un attimo di smarrimento nei suoi occhi. Ma io volevo e dovevo sapere, quindi mi avvicinai a lei e, sottovoce, le rivelai di non avere mai visto una sirena così ammaliante, tale da stregarmi l’anima e il cuore.
Dopo questo mio delirio, lei avrebbe potuto ridermi in faccia, avrebbe potuto evadere da me e tornare con le sue amiche, avrebbe potuto incazzarsi, avrebbe potuto umiliarmi gridando ad alta voce che le sirene esistono solo nei libri, sarebbe potuta restare zitta.
E invece mi rivolse uno sguardo delicato.
<< Lunedì mattina alle nove >>
<< All’alba io starò già lì >>
Fu la magia di quel momento a renderci così poeti e romantici.
Ma dura tutto un attimo, nella vita. E poi c’è solo la memoria a consolarci.
<< Devo andare via. Mi ha fatto piacere conoscerti. Ciao >>
E la vedi allontanarsi da me con passo spedito e raggiungere le sue amiche.
Io mi lasciai avvolgere da un tremito di felicità. Forse avevo qualche speranza. Guardai il cielo, guardai la notte e le sue stelle, poi gettai a terra una sigaretta che ancora bruciava per metà. Chiusi i bottoni della mia giacca e ritornai a casa.
Il risveglio, la mattina dopo, fu un incubo.
Alle undici mia madre mi riscosse dal sonno con un grido impetuoso nelle orecchie. Poi entrò nella stanza anche mio padre e proseguì la cantilena. Mentre io stavo ancora in coma per le canne e le emozioni della sera prima.
<< Non puoi continuare così. Ti devi trovare un lavoro, se non vuoi andare all’Università. Sono ventidue anni che non fai un cazzo ! >>
Quando mio padre perdeva la pazienza si tramutava in una maschera di rabbia. E perdeva la ragione.
Quella mattina anche mia madre si era alleata con lui.
<< Flavio, non puoi continuare a vivere di sogni >>
E forse aveva ragione. Questi sogni mi stavano rovinando la vita. Un amore troppo forte per l’arte, per la pittura, mi aveva escluso da ogni altra passione, e interesse, e mi aveva chiuso in me, senza vie di uscite. Volevo diventare un pittore. E tutti i problemi e i doveri della vita li trascuravo, come un bambino.
I miei genitori uscirono dalla stanza, e io restai di nuovo da solo, a riflettere su me. Per qualche attimo. Poi l’anima artistica uscì a perdifiato. Accesi lo stereo e vi infilai dentro Hotel California degli Eagles. Quindi presi la tela su cui stavo lavorando da giorni e ritornai a dipingere.
E in quel preciso istante ritrovai me stesso.
Due giorni dopo. Otto e quaranta di mattina. Perduto nel traffico disperato che uccideva il Lungotevere, a Roma. In macchina ascoltavo Radio Deejay e mi sorbivo, senza riflettere, tutte le stronzate che dicevano. Ma non cambiai frequenza. La mia mente ormai era sintonizzata su un unico pensiero.
Una donna. Lei. Martina.
Finalmente imboccai la strada che portava alle pendici del Gianicolo, e quindi a Largo Cristina di Svezia, dove si trovava l’Orto Botanico dell’Università di Roma. Parcheggiai nel primo posto disponibile. E corsi verso l’ingresso, nella speranza di trovare quella ragazza che da giorni mi aveva stregato l’anima. Mentre correvo, concepii l’assurdità di quella situazione. Non ero mai stato così preso da una ragazza. Anzi, nella mia vita non ero mai stato così attratto da qualcuno, o da qualcosa. Eccetto i miei dipinti.
Mi guardai intorno. Lei non c’era. O forse una nebbia invisibile mi stava accecando gli occhi. Passava di lì un mare di gente in quel momento, ragazzi come me, ognuno perso nei suoi pensieri, ognuno incazzato con la sua vita, tutti insieme a sopportare il peso dei nostri vent’anni. Sentivo la stessa fatica anche io, mentre li osservavo uno ad uno, nella speranza di trovare Martina.
D’improvviso una ragazza con un piercing sulla lingua e un’espressione sul viso da chi “ c’è l’ha solo lei “ mi chiese l’ora.
Erano le nove in punto. E io poi le chiesi se conoscesse una ragazza di nome Martina. Lei mi indicò con il dito un punto imprecisato, a circa duecento metri da noi.
<< Sta lì, credo >>
<< Grazie >>
Prima di andare via le osservai sfacciatamente il seno. Era grande e stupendo, costretto, ma non troppo, a nascondersi dietro una felpa cardigan di colore azzurro.
<< Che cazzo guardi ? >>
Corsi via da lei senza degnarle di una risposta. E i miei passi proseguirono nella direzione che lei mi aveva appena indicato.
Davanti al cancello di ingresso, ancora chiuso, si trovava una piccola fila di ragazzi in attesa, mentre un uomo, evidentemente il guardiano del museo, si stava dirigendo verso di loro con un grande mazzo di chiavi in mano. In quella marmaglia di gente, io d’improvviso la scorsi. E avvertii uno spasimo al cuore, incontrollabile.
<< Martinaaaaa !!!!! >>
Si girarono tutti verso di me, stupiti da quel grido impazzito.
Martina, con tutto l’imbarazzo possibile, si allontanò da quel gruppo di ragazzi e mi venne incontro.
Mi accesi una sigaretta, per controllare le emozioni e per assumere un aspetto più deciso.
<< Non c’era bisogno di urlare il mio nome ai quattro venti >>
<< Scusami >>
<< Non lo devi fare mai più >>
<< Quindi ci rivedremo ? >>
L’espressione incazzata del suo volto si tramutò in una smorfia di sorriso.
< E’ impossibile discutere con te! Senti, perchè sei venuto qui ? >
<< Ti volevo offrire un caffè. E poi conoscerti meglio >>
< Io sto entrando nel museo. Devo studiare alcune piante, oggi. Mi dispiace >
<< Non c’è problema. Vengo con te >>
<< Resti solo dieci minuti, però. Me lo prometti ? >>
<< Lo giuro sulla tua bellezza >>
Lei volse gli occhi al cielo, in segno di un’ironica preghiera.
Ma il tempo poi divenne solo una concezione astratta. Io e Martina vivevamo sulla stessa lunghezza d’onda e quel giorno, in mezzo a migliaia di piante e fiori e alberi a me sconosciuti, le rivelai tutti i miei sogni e le mie illusioni, e lei mi ascoltò come nessuno aveva mai fatto prima.
Ci sono persone che si conoscono da una vita e le vedi e ci parli ogni giorno, ma nei segreti della tua anima sono come estranei, perchè nessuna emozione vi accomuna.
Ci sono persone che passano per la nostra vita e poi scompaiono, e ti lasciano un brivido e tu le ricordi per sempre. Ed è come se vivessero ogni giorno con te. E quando le rivedrai, mille anni dopo, quelle vostre sensazioni, come d’incanto, risorgeranno allo stesso splendore di un tempo.
C’è solo una persona, invece, in ciascuno di noi, che porta nel suo cuore il nostro stesso battito. E quando la conoscerai, niente sarà come prima. Perchè la vita aspettava solo lei per proseguire in una nuova dimensione, la più temeraria, la più travolgente, quella dell’amore.
Martina era l’altra metà della mia anima.
<< Io sogno di fare il pittore. Non mi riesce altro nella vita. Con i miei non c’è più dialogo ormai, sono il loro unico figlio e a quanto vedo gli sto arrecando soltanto dispiaceri. Ma questo sono io. E ancora non so come mi devo comportare >>
<< Fai quello che senti più giusto, quello che batte dentro di te e non cambiare mai >>
Nessuno mi aveva parlato così. Mio padre e mia madre si adagiavano sempre in un rimprovero senza stimoli, nei soliti discorsi di vita e di lavoro, incapaci di ascoltare le sensazioni e i brividi artistici che mi scorrevano nel sangue. Dai miei amici e dalle loro chiacchiere nel vuoto non potevo certo ricevere molta fiducia. Erano come me, alienati e senza futuro, e tutto il nostro tempo lo perdevamo in fumo, senza mai concludere niente. La società e i media, poi, confondevano tutte le mie speranze, con le loro vivaci immagini di attori e di cantanti e di modelli di successo, con il loro mondo che si tramutava in continuazione, ricco di eccessi e di amori. Mentre qui, tra di noi, tutto era e restava sempre uguale.
Nessuno, prima di Martina, mi aveva spronato a credere in me.
E in quel momento la guardai, la ringraziai negli occhi e mi stupii di quanto fosse bella, e forse lei condivise, come per miracolo, il mio stesso pensiero, perché un sorriso dolce le si accentuò sulle labbra.
Passeggiammo a lungo in quell’Orto Botanico. Martina, ogni tanto, mi descriveva con precisione le piante che aveva studiato e la famiglia a cui appartenevano.
Chiudendo, ognuna di esse, in una precisa cerchia di vocaboli.
<< Questo è una Taraxacum officinale, comunemente chiamato Dente di Leone. E quella pianta laggiù, con piccoli fiori e frutti rossi, è una Pistacia lentiscus >>
Ma tutti quei nomi latini rimbombavano in un eco confuso dentro di me. Perchè io in quel momento ero catturato da una sola immagine, un fiore che uccideva tutti gli altri nel suo incanto. E poi restava lì, nel silenzio che segue la solitudine, a farsi accarezzare in eterno da un uomo che di quel fiore si era perdutamente innamorato. Si infuse in me, senza preavviso, un sentimento infuocato, sconosciuto fino ad allora, che mi condusse a suo volere in un brivido di poesia e di amore. E quell’immagine, nella mia anima, la tramutai per sempre in un dipinto.
<< Martina, te lo hanno mai detto ? >>
<< Cosa ? >>
<< Che sei troppo bella >>
<< Sì, me lo hanno detto in tanti >>
Cresceva nel terreno, vicino ai nostri passi, un piccolo roseto. La potatura invernale lo aveva quasi sterminato, eppure quei fiori sopravvivevano intatti nel loro candore.
Quella fotografia era perfetta, giaceva immortale, e intorno a lei scompariva tutto, si riduceva a niente, o ad un mare di sabbia.
Così era Martina.
<< Tu assomigli ad una rosa, cresciuta sola in un deserto >>
Lei rimase zitta per un istante, perduta in quella mia breve poesia. Poi si lasciò sfuggire un bagliore negli occhi.
<< Grazie, ma nel deserto non crescono le rose >>
<< Nel mio, sì >>
Io le accarezzai i capelli e poi le sfiorai le labbra con un bacio leggero.
Come nella scena più romantica di un film.
<< Tu sei la rosa, io il deserto >>
Ed il bacio diventò d’improvviso più audace, e fu la prima scintilla del nostro amore.
I giorni successivi passarono in fretta, tra di noi, come se niente avesse potuto turbarci. Il tempo volava a suo modo. Il mondo si consumava e noi lo sbirciavamo da lontano.
Io, infatuato dall’amore, in quel periodo fui percosso anche dall’arte. Una scarica elettrica di stimoli. E mi immersi con autentico slancio nella pittura, dipingendo le mie opere più belle. Esplosi in un talento sconosciuto. Come se in tutti quegli anni fossi stato chiuso in un timido guscio, e avessi dipinto con l’ingenuità ed il tocco infantile di un bambino. Mentre adesso, d’improvviso, diventavo un uomo.
Ma la felicità è un soffio di vento. Viene e fugge via. Come l’amore.
Perchè le cose belle non durano per sempre.
E quando finiscono, tutto intorno a noi muore nel vuoto.
In quel periodo, io avevo ancora l’amore. E alcuni amici sinceri, come Maurizio e Valerio, che al di là del loro carattere e dei loro stili di vita, erano sempre stati onesti e cordiali nei miei confronti. Ci conoscevamo da tre anni. Da quando, cioè, la nostra vita si era adagiata su un piano inclinato e poco alla volta stava precipitando in un baratro. Passavamo il tempo a fumare spinelli, a bere quintali di birra, a ridere su mille cazzate, trascurando l’etica e i doveri della vita, tra qui quello basilare di trovarsi un lavoro serio. Ci aiutavamo uno con l’altro, in nome della nostra amicizia, a tenere un comportamento distruttivo.
Solo Martina e una passione assoluta per l’arte mi avrebbero potuto salvare. Attirandomi a sé con una calamita intinta nell’acqua santa.
Ma i loro sforzi furono inutili, perchè io resistevo nella mia inettitudine e privilegiavo ancora una vita di sballi, in cui però l’amore per Martina perdurava intatto, ed infinito.
Dopo i primi giorni, o mesi, di perduto amore con lei, dove per la prima volta avevo trovato un equilibrio dentro di me, tutto stava ritornando come prima e la vita già mi restituiva celere la sua cattiveria, mentre io a stento provavo ad essere più forte di lei.
Ma non avevo personalità. Perchè ero frutto di un padre e di una madre che non mi sapevano ascoltare, e di troppi amici invischiati nel fumo e nell’alcool, e di un Liceo Classico che non avevo mai capito, e di una società che trascurava i suoi fiori acerbi.
Io ero il deserto. E quella rosa che cresceva intorno a me si stava appassendo.
Prima di amare lei, e vivere con lei di aneliti e passioni, dovevo ancora modellare me stesso in un’anima più serena.
Ma purtroppo non ne ero capace.
<< Ehi Flavio, vieni a fumare una canna. Dai, è un casino di tempo che non passiamo qualche ora insieme >>
I miei amici, con i loro ribelli occhiali da sole e quell’aria un po’ coatta, erano le uniche persone che mi volessero bene, insieme a Martina, gli unici a rispettarmi per quello che ero, per i miei sogni e le mie debolezze. Quella volta, e tante volte ancora, mi lasciai andare a loro e li seguii nel fumare uno spino.
<< Dai, tira e manda giù. Forza e coraggio >>
Fu uno sballo, divertimento allo stato puro. Un clima di fumosa baldoria si sparse nell’aria e a me d’improvviso sembrava di rinascere. Pareva una sensazione nuova. Eppure era solo una settimana che non fumavo con loro.
L’unica freccia a ferire quello stato d’animo di beatitudine fu la mia ragazza, a due metri da me, che mi guardava con un’aria troppo incazzata ed era in procinto di iniziare l’ennesima discussione.
< Martina ascolta. E’ solo una canna! Non mi puoi rompere le palle così ! >
<< Sì, ma ci troviamo per strada, nel centro di Roma ! Chi ti vede ti scambia per un drogato >>
<< E sti cazzi. Comunque stai esagerando. C’è di peggio nella vita >>
<< Flavio, non sei più tu. Sei cambiato, hai stravolto la tua immagine, il tuo modo di fare e di parlare. Tutto per colpa di quegli stronzi dei tuoi amici >>
Attimi di rabbia.
<< Non parlare così di loro! Hai capito? Non ti permettere mai più! Io sono sempre stato così. I primi mesi con te ero diverso, è vero, ma alla fine ognuno ritrova sé stesso, nel bene e nel male. E stronza ci sarai >>
Qui Martina si infuriò oltre ogni limite. Litigò a perdifiato con me. Urlammo per strada e ci insultammo a vicenda, con parole tristi, volgari, tirando fuori tutto il veleno dei nostri ultimi incontri. Infine lei scappò via.
E io restai lì, immobile, senza alcuna voglia di correrle dietro. Poi i miei amici, con uno sbrigativo modo di fare, si avvicinarono a me e tentarono invano di consolarmi.
<< Vedrai che le passerà. Le donne sono fatte così. Vogliono comandare sempre loro, e tu devi abbozzare >>
<< Sai che ti dico, hai fatto bene a reagire così. E che cazzo. Non possono averla sempre vinta >>
<< Sei un grande, Flavio. Dai, beviamoci una Ceres, poi stasera ti portiamo a fare un giro sull’Appia >>
Ridemmo all’unisono. Con un fragore assordante. Mentre una parte di me si lacerava, forse per sempre.
Ancora oggi non riesco a capire come potevo essere così amico di loro, a pensarla, a volte, proprio come loro. Io che sognavo da sempre di diventare un pittore. Io che dedicavo all’arte tutto il mio tempo libero.
La storia d’amore tra me e Martina finì quel giorno. Eravamo troppo diversi. Acqua fredda e acqua calda non scorrono mai insieme.
Come una rosa non può crescere nel deserto.
Il periodo seguente lo trascorsi in una brusca apatia, senza sapere più nulla di lei. Senza mai incontrarla un giorno, per sbaglio o per miracolo.
Mi abbandonai alla pittura in tono assoluto e quasi reverenziale, come a trovare in un dipinto la mia salvezza, trascurando la famiglia e, a volte, persino gli amici. Lasciai anche crescere sul viso un accenno di barba.
E ogni notte, prima di andare a dormire, mi affacciavo sul piccolo balcone della mia stanza e mi concedevo una canna, l’ultima della giornata. Guardavo il cielo notturno e pensavo a Martina, mentre una nuvola di fumo mi circondava.
Trascorsi quei mesi come un fantasma.
L’unico contatto con la realtà, ormai, lo affrontai solo con i miei amici, nelle poche occasioni in cui gli concedevo il lusso di passare una serata con me. E quando capitava, era sempre il delirio totale. Sembrava che accanto a noi si elevasse la statua del dio Bacco e dal cielo cadessero gocce di anfetamine, mentre il vento ci trasportava a suo volere in un harem incantato.
Ogni volta che la mia mente ritorna a quei giorni sento vibrare, senza pietà, un conato di vomito, come se la nausea fosse ancora lì, viva e putrefatta più che mai, a condannarmi per tutto il male che sono stato capace di infliggermi.
Una sera di estate, è il ricordo più triste che mi porto dietro.
Immagini confuse, fotografie improvvise a illuminare la scena, diapositive in bianco e nero a imbrunire tutte le nostre memorie.
Una birra a Campo de Fiori, e un’altra e un’altra ancora. Poi ci troviamo in un disco pub dalle luci soffuse e musica techno che esplode nelle casse, e un B52 che scende nello stomaco in pochi sorsi. Sigarette e spinelli fumati in ogni breve frammento di aria, a cielo aperto. L’incontro con tre ragazze, a Piazza Navona, di cui non ricordo alcun particolare estetico, ma solo il loro viso strafatto. E una passeggiata nel centro di Roma insieme a loro, in una percezione confusa dello spazio e del tempo. E l’acqua che scorre fresca da una fontana dietro il Campidoglio, mentre ci caliamo una pasticca a testa. Poi il delirio e la follia. Io che prendo per mano una di quelle ragazze che sta con noi, lei che obbedisce senza capire, io che la porto in uno spazio buio, lei che dice sì e i Fori Imperiali scompaiono dai nostri occhi. Io che entro e vengo in lei in pochi secondi, ed urla perfide che tremano nel cielo. Io che cado a terra, svenuto o addormentato, e un’acqua gelida che mi risveglia pochi istanti dopo.
Io che, per una notte, ebbi davvero paura di me.
L’estate finì e con lei l’inferno vissuto insieme ai miei amici. Ci rendemmo conto di avere consumato tutta la bellezza della vita, e che non valeva più la pena di fucilare il nostro corpo con una scarica continua di veleni.
Io, come loro, riflettevo in ogni specchio un’immagine pietosa. Occhi spenti, guancia morte e viso pallido. Meritavo solo la gogna, in una piazza con centomila persone ad insultarmi.
L’estate finì e con lei una parte della mia vita.
Procedevo adesso su un binario morto, ma almeno tranquillo.
Fino a quando, in un giorno qualunque, incontrai di nuovo Martina. E mi assalì di nuovo una vertigine incandescente di emozioni.
Ero in una biblioteca dei Castelli Romani, ad assistere alla proiezione del film Roma città aperta. In occasione di un festival alla memoria di Anna Magnani e di una retrospettiva sul Neorealismo. Storie di altri tempi, eppure più che mai vicini, ora e per sempre, alla nostra società.
Mentre scorrevano, sullo schermo, le primi immagini dell’immortale opera, io mi voltai alle spalle, curioso, per osservare quanta gente fosse venuta ad assistere a quella serata.
Ma dietro di me, come un assassino sul punto di ucciderti, c’era solo Martina, nella sua bellezza immacolata. E una folla di gente che, in quel momento, nei mie pensieri non contava più nulla. Lei ricambiò lo sguardo e poi, fingendo una totale indifferenza, mi sussurrò alcune brevi parole.
<< Usciamo un attimo fuori ? >>
Io obbedii, senza pensare, come un cane che segua per istinto il richiamo del suo padrone.
Tenevo marchiata sul viso l’immagine di un’artista, con le sue ansie e le sue frustrazioni, e le improvvise vampe di ispirazione. E una ferita dipinta negli occhi, a causa di troppo amore e di notti consumate in una follia barbarica. Lei se ne avvide, ma non disse niente e preferì accomodarsi su un discorso di circostanza, mentre un flebile tremito nella voce rivelava tutte le sue emozioni.
<< Ciao. Quanto tempo…come stai ? >>
<< Continuo a vivere. E tu ? >>
<< Io sto bene. Mi mancano pochi esami per la laurea, credo di finire entro quest’anno. Tu, invece, dipingi ancora ? >>
Ci sono donne che mantengono intatta la loro bellezza, in eterno. Come quegli alberi sempreverdi che non cedono mai il loro fascino all’inverno, mentre tutte le piante, in quella stagione, abbandonano sulla terra le loro caduche foglie.
Martina era così. E io avrei voluto essere suo schiavo, per passare un’ultima notte di amore con lei. Mi ricordai di quella volta che facemmo l’amore nella Fiat Cinquecento di suo nonno, e lei che non riusciva ad aprire le gambe perchè c’era poco spazio.
Poi la realtà prese di nuovo possesso di me, con la voce incuriosita di Martina a scuotermi dalle fantasie del passato.
< Ehi, che ti sei rincoglionito ? Guardavi il muro qui dietro come un’ebete >
<< Scusa, mi ero distratto un attimo >>
<< Comunque, se te lo posso dire, hai un brutto aspetto in questi giorni. E non ti vedo molto tranquillo >>
Fu come una freccia al cuore, una freccia di cristallo, scagliata da un arciere troppo vicino a me.
Io accusai il colpo, ma poi le lanciai uno sguardo palesemente inquisitorio, perchè era lei l’unica causa della mia rovina.
<< Come cazzo faccio ad essere tranquillo ? Non ho più te…E tu eri tutto >>
Credo che qui Martina rivide la stessa rabbia e ascoltò le medesima grida degli ultimi giorni in cui era stata fidanzata con me. E capivo che, come allora, le facevo solo pena.
Ma io ero accecato di lei e non potevo reagire in altro modo.
Davanti a quella biblioteca, senza riflettere, io la abbracciai e tentai disperatamente di baciarla.
Ma lei si divincolò da me con un gesto di stizza, poi corse via e non mi lasciò il tempo di capire e di pensare. Io la seguii, tremando di emozioni.
E urlando a voce altisonante.
<< Martinaaaaa!!!!!!! Martinaaaaa!!! >>
Lei proseguì la sua corsa, senza più voltarsi indietro.
Continuai a correre anche io e subito scoprii di essere più veloce di lei. Avevo la certa possibilità di raggiungerla.
Ma fu un inseguimento strano, il nostro.
Sul mio viso si dipinse una fontana di lacrime.
Gli occhi di Martina, credo, si intinsero nel medesimo ritratto e lo capii solo nell’ultimo istante della corsa, quando ormai erano accanto a lei e un luccichio umido le solcava il viso.
Poi, d’un tratto, mi fermai. Come se fossi morto. Perchè lei, appena la raggiunsi, con un ultimo tratto di voce ebbe ancora la forza di arrecarmi del male.
<< Porta la tua vita lontano da me >>
Era tutto finito, davvero, e non nascevano più nuove speranze. Lasciai Martina proseguire ancora un po’ nella sua fuga e poi le urlai da lontano, per l’ultima volta.
<< Martinaaaaa!!!! Io mi fermo qui. Addio >>
Lei finse di non sentirmi.
Io mi accasciai a terra, per strada, trascurando la gente e i suoi sguardi impietosi. Con le mani nascosi il mio viso, per non mostrare al mondo l’abbandono assoluto che sentivo dentro.
Una Fiat Panda verde passava di lì, con i finestrini aperti e lo stereo tenuto ad un volume eccessivo. Karma Police dei Radiohead si diffuse nell’aria e fu, per ironia della sorte, il giusto sottofondo musicale negli attimi più violenti della mia vita.
Su quella strada, io abbandonai tutti i sentimenti, per non soffrire mai più. Per non ripetere lo stesso pianto.
Voltavo pagina, e solo un foglio bianco si presentava adesso davanti ai miei occhi.
Due anni dopo
Ce l’avevo fatta. Quel sogno che inseguivo da bambino, come un’ossessione nella mia anima, finalmente si tramutava in realtà. E diventavo un pittore affermato in tutta la zona dei Castelli Romani. Grazie ad un gallerista d’arte, Gianfranco Landa, conosciuto in un bar di passaggio, in cui io lavoravo da pochi mesi, nella fragile attesa di trovare un lavoro più redditizio. Perchè con 5 euro l’ora, forse, si campava bene nell’ottocento.
Mille volte ringraziai Dio per avere diffuso, in quella mattina di sole tiepido nel cielo, una voglia disperata di caffè nello stomaco di Gianfranco. Ed io, guardandolo entrare nel bar con una rivista di arte contemporanea sotto il braccio, sentii subito nascere una certa sintonia, e simpatia, nei suoi riguardi.
Perchè io credo che, nella vita, accada tutto per caso. Come in quella tiepida mattina di novembre. Come in quella notte gelida di febbraio.
Il gallerista d’arte, poi, vide i miei dipinti, li studiò con attenzione, si innamorò di essi e la mia vita prese d’improvviso tutto un altro aspetto.
E voltai davvero pagina.
Di un passato misero e fugace, abbandonai ogni traccia in una piccola soffitta della mia memoria. Solo Maurizio e Valerio restarono con me, amici come sempre.
Martina, invece, non l’avevo più vista, ma ci pensavo ancora ogni giorno. Brevi amori di passaggio avevano solo affievolito il suo ricordo, perchè questo ritornava puntuale ogni volta che una stupida storia d’amore, o di sesso, si concludeva nel vuoto.
Due anni dopo, nella stessa biblioteca dove avevano proiettato Roma città aperta, si allestiva la mia prima mostra personale di quadri, presentata come un grande evento sui quotidiani della zona e pubblicizzata da grandi manifesti sui muri e da centinaia di volantini, sparsi qua e là, in tutti i Castelli Romani. Gianfranco Landa era un uomo che sapeva davvero fare il suo lavoro, come si conviene dire nei più classici dei luoghi comuni.
Ed io ero l’artista.
Per la prima volta, vedevo muoversi intorno a me una girandola di fotografi e di copertine colorate. Una sensazione bellissima, lo ammetto.
Quel pomeriggio, in biblioteca, sembrava che fosse venuta tutta Roma ad assistere al mio vernissage.
Compresi il Direttore della biblioteca, il Sindaco del paese e l’Assessore alla Cultura, poi Gianfranco Landa, e un critico d’arte, e un giornalista, e mio padre e mia madre, emozionati, e Maurizio e Valerio, sorridenti, vicino a me, come due star. Mancava solo una persona. E senza di lei, era come se non ci fosse nessuno.
Perchè tutti i miei quadri, in quella esposizione, li avevo dipinti nel periodo in cui ero stato fidanzato con Martina. E l’ultimo era stato concepito il giorno dopo il suo abbandono, tingendo, con le mie stesse lacrime, il pennello.
Perchè io la sentivo in me, in ogni battito del cuore.
Ma quel giorno, tra autografi e interviste, tra flash e nobili risate, io finsi di essere felice, e forse, per un attimo lo fui davvero, quando mi resi conto di essere diventato finalmente Qualcuno.
<< Ehi Flavio, mi raccomando, stai molto attento alle domande dei critici. Spetta a loro il giudizio più importante. Se ti esaltano, la gloria verrà da sé. Mi raccomando. Mostrati sereno e consapevole del tuo talento >>
Gianfranco Landa era sempre stato premuroso con me. Un grande amico, oltre che un perfetto gallerista.
<< In bocca al lupo, Flavio >>
<< Andrà tutto per il meglio, vedrai >>
A parlare con me era gente conosciuta da poco, personaggi vissuti da sempre nell’universo dell’arte, lo stesso in cui io tentavo, adesso, di far trapelare la mia voce.
Quel giorno, c’erano anche i miei amici.
<< Mettilo in culo a tutti, Flavio! >>
<< Tu sei sempre il meglio. Ricordatelo >>
<< Grazie ragazzi. Vi voglio bene >>
Ma tutti quei discorsi, profondi o profani che fossero, mi sfioravano appena nei pensieri.
Fino a quando il Sindaco non inaugurò la mostra, e allora un sussulto di tensione nacque improvviso in me. Perchè, per la prima volta, mi confrontavo con il mondo.
Una moltitudine di gente gremì la sala, e un via vai continuo di occhi curiosi si accostò ai miei dipinti. Chi per interesse, chi per lavoro, chi per amicizia, chi per curiosità.
Io camminavo tra loro, trattenendomi a parlare con le persone più importanti, mentre sorseggiavo, con finta nonchalanche, una coppa di champagne e tenevo tra le dita un sigaro toscano, ancora spento.
Poi, d’un tratto, tutta l’euforia e quella mia disinvoltura scomparvero.
Perchè vidi Martina, bella e fragile come sempre, mischiarsi tra la folla, nella speranza vana di non essere riconosciuta.
Fu come un lampo, a distruggere la quiete del cielo.
Fu l’amore che ritornava ad esigere il suo tributo di affetti.
I nostri sguardi si attraversarono, un attimo, ma subito dopo ognuno prese la sua direzione.
Lei si aggirò tra i miei dipinti, e un’espressione di leggera commozione le adornava il viso. In ogni opera potevo sentire il suo cuore fermarsi, al ricordo dei brividi vissuti insieme. Ciascun quadro rivelava un’emozione, un sentimento, un fuoco che ci riguardava e che mai più avremmo dimenticato.
Lei era la luce, lei era l’ombra, lei era quella sfumatura di rosso, lei era quel tratto viola nel cielo, lei era la donna che si perdeva nel mare, lei era tutto.
Perchè lei era in me.
Nel suo peregrinare, Martina d’improvviso si arrestò, rapita da un dipinto che non conosceva, l’unico, sistemato un po’ in disparte, come per essere ammirato in solitudine. Mentre giaceva stupita su quella tela, io presi forza di me e le andai incontro.
Restammo un attimo da soli, vicini, senza parlare, o respirare, per non distruggere quell’istante di magia.
Poi rivolgemmo, insieme, i nostri occhi a quel ritratto.
Una rosa bellissima, fiorita sola in un deserto.
E i colori sembravano vivi, figli della natura e ti conducevano in un riflesso incantato. Il deserto sembrava dipinto davvero con la sabbia, e la rosa pareva macchiata con petali veri, e rossi, come strofinati sulla tela. Il cielo, all’orizzonte, portava con sé il vago e indefinito profumo della natura.
Io mi abbandonai ai ricordi.
Un pomeriggio a Ostia, a rapire di nascosto l’acqua del mare e la sabbia sulla riva, e a strappare petali da una rosa selvaggia, cresciuta senza voce in un piccolo giardino.
Martina lesse il titolo del dipinto, su una targhetta affissa sotto la tela.
Tu la rosa, io il deserto.
Sul quadro, accanto alla mia firma, c’era anche una fuggevole dedica.
Ad una donna.
Un attimo di silenzio, poi o finalmente trovammo il coraggio di parlarci.
<< Ciao. Sono felice che tu sia qui >>
<< L’hai dipinto per me, vero ? >>
Nessuna parola di circostanza.
<< Ricordi quando ti dissi che tu eri la rosa, ed io il deserto ? Beh, da quel giorno io ho sempre pensato a te… sempre. E in questo quadro c’è tutta la mia anima. L’ho dipinto con un cuore ferito, lacerato… e solo per te >>
L’avevo toccata nei battiti più emozionanti del suo cuore. E mi accorsi che stava volando lontano da me, per brevi attimi. Credo che le percorsero la mente, come flashback improvvisi e violenti a cui non ci si può sottrarre, tutte le immagine del nostro amore, consumato e vissuto troppo in fretta.
< Flavio, restami accanto. Solo un secondo. Voglio risentire il tuo profumo >
<< Tu la rosa, io il deserto. Ti amo Martina e non ho mai smesso di farlo >>
Lei posò ancora lo sguardo sul dipinto, trattenendosi in un lungo silenzio, fino a quando la sua voce ritornò chiara e viva come sempre. Poi si avvicinò a me, sfiorando il profumo della mia pelle.
E io bruciai di sensazioni e di brividi, nel possedere di nuovo quel suo aroma celestiale.
E se non è amore, allora dimmi cos’è.
La abbracciai e mi confusi in lei con un bacio sulle labbra.
E fu la primavera dei sensi.
E niente più.
Intorno a noi una moltitudine di gente continuava a visitare la mostra.
Se Venere e Cupido, insieme, come in un dipinto di Velazquez, fossero passati di lì, avrebbero visto un ragazzo e una ragazza perdersi in un bacio di pure passioni, e splendere accanto a loro un bellissimo dipinto, a raffigurare una rosa e qualcosa di misterioso intorno a lei.
Se Venere e Cupido fossero passati di lì, si sarebbero lasciati andare ad un sorriso, soddisfatti ancora una volta della loro missione, e poi avrebbero proseguito il loro passo, andando ad incantare e rinnovare qualche nuovo amore.
Fabrizio Rinaldi