le cose stavano così
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ale (---.pool874.interbusiness.it)
Data: giovedì, 27 aprile 2006 - 15:59
Le cose stavano così
Alle otto e mezza ero sotto casa di Rita. Era una di quelle sere di Maggio che ti invogliano a uscire di casa per fare una passeggiata. La sera giusta per mettere in atto l’idea bizzarra di Rita. Io come al solito, lasciavo che le sue pensate mi trasportassero. Trovavo Rita una specie di creatura preziosa. Il tono della sua voce mi aveva conquistato dal primo momento in cui avevo avuto la fortuna di ascoltarla. La semplicità con la quale si muoveva o diceva qualcosa, anche la frase più semplice, le rendeva il fascino che migliaia di altre donne potevano solo sognare. E comunque ora ero sotto casa sua, e l’aspettavo fumando una Winston scroccata a un passante. Quello avevo storto il naso, ma alla fine aveva messo mano al pacchetto e tutto il resto. Così me ne stavo lì, in attesa, aspirando tabacco come un re seduto sul suo regno. Non avevo nulla da chiedere alla vita. Dovevo solo aspettare che Rita bussasse sorridente al finestrino. Poi saremmo partiti diretti dove sapeva lei. La vita, questo lo avevo imparato, era fatta di cose semplici. Fumare in attesa del suo arrivo significava gustarsi l’attesa di qualcosa di bello; il che equivale a una cosa semplice. Le cose stavano così, e non c’era modo di cambiarle. Accesi l’autoradio, cambiai le stazioni alla ricerca di una canzone che mi piacesse, finchè scovai un pezzo dei Beatles; let it be, mi pare che fosse. Lo ascoltai continuando a dedicarmi alla sigaretta. Chiusi un attimo gli occhi per godermi quel momento, e quando li riaprii vidi Rita venire verso la macchina. Aprì la portiera e salì.
“Ciao Ale” disse mostrandomi ancora una volta il suo sorriso.
“Ciao Bella. Come stai?”
“Bene, oggi ho preparato una torta per il compleanno della mia mamma. Poi sono andata per negozi alla ricerca di un regalo, ma non ho trovato niente che mi convincesse. In settimana farò altri tentativi. Tu che hai fatto?”
Spensi la sigaretta, accesi la macchina e partimmo.
“Niente di particolare. La cosa più interessante che ho fatto è stata salvare il mio naso.”
“Da cosa?”
“Dal mio gatto. L’ho preso in braccio, e non so perché l’ha fatto, ma mi ha conficcato un’unghia all’interno della narice destra..”
Rita rise. Era bello vederla ridere. Meglio che stare a guardare un quadro di Gaugain, una torre del seicento, o robe del genere. L’arte vera è nelle donne che amiamo.
“Mi sarebbe piaciuto vederlo.”disse accendendosi una Camel.
“Bè non sarebbe stato un bello spettacolo. Io mi sono messo a gridare in preda al panico, poi mi sono calmato e ho chiamato in mio aiuto mia sorella.”
“Immagino che si sarà divertita a vederti lì così.”
“Non riusciva a smettere di ridere. Io non lo trovavo molto divertente, ma potevo comprendere la comicità di tutta la cosa. Infondo era il mio naso ad essere in pericolo, mica il suo.”
“E poi come hai fatto a liberarti dal gatto?”
“Io non ho fatto nulla, ero come un pezzo di pietra. Mia sorella ha delicatamente disincagliato la sua unghia dalla mia narice, e per fortuna il mio naso è rimasto intatto. Sai, anche se non ho un gran bel naso ci sono molto affezionato.”
“A me piace il tuo naso. Ci sono tante cose che mi piacciono di te..”
“Tipo?”
“A te piace sentirti dire certe cose, vero?”
“Mi piace quando mi dici cose belle. Quando mi dici perché ti piaccio.”
“Ecco, non è solo un fatto fisico, i tuoi occhi sono belli, mi piacciono le tue spalle, e come cammini, ma è la tua dolcezza che mi attrae, quel tuo modo che hai di essere gentile e divertente. Il punto è che lo fai in un modo che è come se non volessi disturbarmi. Come se io mi fossi appena svegliata e tu facessi tutto in punta di piedi, con un amore infinito. E poi ci sono tante altre cose, ma è meglio che non continuo altrimenti ti monti la testa.”
“Non sono uno che si monta la testa. Non mi piace montare, cioè, mi piace in un solo senso, ma questa è un’altra storia. Pensa che da bambino avevo una forte avversione per i lego e per i puzzle. Non mi divertiva affatto stare lì fermo a mettere insieme pezzi. Preferivo muovermi e lasciare spazio alla mia fantasia, far parlare pupazzi, e robe del genere. Ecco, fin da bambino sono sempre stato portato ai dialoghi, forse è per questo che ora sono uno scrittore.”
“Gira a destra!destra!destra!”gridò Rita. Sterzai come un rallista nella direzione indicatami.
“Cristo, mi hai fatto prendere un colpo!”
“Scusa, ma dovevamo girare qui.”
“Ma hai ascoltato quello che ho detto?”
“Certo che ho ascoltato. Ascolto sempre quello che dici. Mi piace sentirti parlare, tu dovresti fare il professore o qualcosa di simile.”
“Il professore? Mi piacerebbe, ma per quello bisogna studiare, immagino.”
“Ma tu sai un sacco di cose..”
“So solo quello che mi interessa sapere. Insomma, potrei parlarti di Dalì, di Strindberg, o di Ghandi, ma non so molto altro oltre a quello che trovo interessante. Non so nulla di geografia, di fisica, o di matematica. Non so un sacco di cose. Non potrei mai fare il professore.”
“E invece si! Accosta qui. Ecco, siamo arrivati.”
“Arrivati dove? In questa via non c’è nulla.”
Scendemmo dalla macchina. Notai che eravamo di fronte a una scuola elementare. La via era deserta.
“Rita, cosa ci facciamo qui?”
“Vedi quelle piante?”disse indicando i davanzali della scuola.
“Le vedo, sono molto belle. Piante grasse, mi pare che siano.”
“Si!piante grasse!non sono bellissime!?”
“Si sono molto belle, ma mi hai portato qui per ammirare piante grasse?”
“Ti ho portato qui perché..”
“Continua pure. Nulla mi stupirà.”
“Vorrei che ne rubassi una per me.”
“Vuoi che rubi per te una pianta grassa? Magnifico! Una prova d’amore!”
“Allora lo farai? La ruberai per me?”
“Per te ruberei la luna alla notte. Certo che lo farò. Quale vuoi?”
“Quella là” disse Rita indicandomi il secondo davanzale piena di entusiasmo “quella con più foglie.”
Le piante si trovavano a un paio di metri da terra, perciò avevo bisogno che Rita mi facesse la scaletta con le mani. O forse il contrario. Pensai un attimo il da farsi. Il vaso, con la terra e la pianta, pesava parecchio, sicchè non avrebbe potuto prenderlo Rita.
“Aspetta”disse Rita tirandomi a sé per la maglietta “arriva qualcuno.”
“Facciamo finta di baciarci.”le dissi
“Perché fare finta?”e mi baciò con passione. Ero pazzo di quella donna. Ed anche ladro di quella donna. Poi ci staccammo e ci guardammo intorno per vedere se passava qualcuno. Non un anima viva si materializzò, e nel punto in cui ci trovavamo potevamo prevedere l’arrivo di chiunque. Alla fine decisi che Rita mi avrebbe fatto la scaletta, e che io mi sarei occupato di tirare giù la pianta.
Provammo un paio di volte, ma Rita non riusciva a reggere il mio peso. Ridemmo, ci abbracciammo tre o quattro o volte, e ci baciammo ancora. Sentivo nel cuore un profondo senso di felicità, e lo vivevo pienamente. Una luce nel palazzo di fronte si accese, e una tendina si scostò. Apparve un tizio sui sessanta che diede uno sguardo fuori. Io e Rita fingemmo di camminare tenendoci per mano, come se nulla fosse. Quando la tendina si chiuse tornammo sotto il davanzale.
“Mi batte forte il cuore.”disse Rita
“Anche a me, non è divertente?”
Riprovammo per l’ennesima volta e il tentativo andò a buon fine. Rischiai di finire a terra quando Rita dischiuse le mani per farmi scendere, ma riuscii a rimanere in piedi e a non far cadere la pianta.
Rita corse in macchina, diretta al posto del passeggero.
“Cosa fai?” le domandai col cuore che andava a mille “Aprimi la portiera dietro!”
“Si, scusa.”mi rispose con un riso folle. Aprì la portiera, sistemai la pianta sul sedile, e tornammo davanti. Misi in moto, in fretta. Uscii dal parcheggio come un rapinatore che ha appena svaligiato una banca, e partimmo verso casa sua.
“Hai visto che bella?”le dissi “E l’ho rubata per te!”
“E’ bella, si.”rispose Rita voltandosi. Gli occhi le luccicavano come quelli di una bambina che ha appena ricevuto il regalo che ha sempre desiderato. La felicità era fatta di gesti semplici. Le cose stavano così.